LA PAROLACCIA

Da tempo aspiravo a scriverne:
mi frenava non il pudore ma il senso di ineffabilità.

Infrango un tabù, o trasgredisco un sacro, forse l’unico tabù e unico sacro.

Infrazione e trasgressione non stanno nel dirla (lo fanno tutti e in modo accettato da tutti), ma nel bene-dirla, dirla bene, pertinentemente, giusta-giusta, nel suo vigore e rigore concettuale senza misteri, salvo quelli della misterica Villa pompeiana, Club sadomaso per languide fanciulle in cerca di emozioni costose, o per l’appunto del …

Essa è arcinota e proferita a ogni età e in ogni classe sociale e intellettuale, e a proposito di ogni argomento.

Al suo oscuro significato sono stati dedicati torrenti di pagine, ma alla condizione linguistica della sua tollerata allusione greca (allusione da mezza cultura come si dice “mezza tacca”).

Non c’è parola in cui più si manifesti il genio della lingua italiana, superiore in ciò a ogni altra, poiché riesce perfino a dare un nome ai suddetti misteri del …

Se un computer sapesse produrne la deduzione linguistica, crederei per la prima volta al miracolo dell’intelligenza artificiale (ma l’intelligenza è artificiale, colta prima della Cultura).

Si tratta di quella prodigiosa parola critica che mi fa dire che l’amore di Giulietta e Romeo è un amore del … , che i loro cì-cì-cì discorsivi sono discorsi del … , che la loro vita sessuale è una vita del … , che la loro stessa morte è una morte del … :
non gli riesce niente, amore, discorso, sesso, e nemmeno morte, come un aborto prima della fecondazione.

Ma è già una concessione parlare di fallimento, perché questo ha perlomeno un inizio, per quanto abborracciato:
mentre è facile benché non scontato parlare di fall-acia metafisica, verità banale dello stanco nichilismo.

Vero che la parolaccia ha un remoto rapporto con i sessi, ma solo per dire che non ce n’è, che sono sessi del …

Non a caso la sua applicazione più rivelativa si trova nell’espressione compresa da tutti “Testa di …”, stigmatizzante l’indecenza intellettuale nella piena indifferenza alla differenza dei sessi:
essa designa nell’insieme tutti i misteri del logos nella sua versione illogica:
una distinzione purtroppo mancante nel Prologo di Giovanni, che trascura di considerare che c’è anche un logos del …
(rinvio alla distinzione tra due Istituzioni del pensiero).

Questa strepitosa parola, il cui strepito assorda orecchi e intelletti
– non importa se sussurrata o urlata, il suo dire dice l’ineffabile –
ha uno storico e plurilinguistico sinonimo:
l’Eterno,
l’eterno fallimento ancora prima di iniziare, perché non c’è tempo per iniziare.

O anche, il barocco “Non è vero niente” di cui abbiamo appena e lungamente parlato (Corso dello Studium Cartello).

P.S. Aldiqua dell’ineffabile di questo puro suono, la sua materia letterale sembra derivare come spregiativo di “oco” maschio dell’oca:
lo pensava indubbiamente Walt Disney, senza nulla sapere di queste finezze della lingua italiana, donde l’ocaccio mondialmente noto nel crack del suo quac.

Milano, 25 marzo 2008

 

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