TOMBA VUOTA VS CONTENITORE TEOLOGICO

Non sono un pio ragazzo, se mai lo sono stato (pio e ragazzo):
do o darei del Lei, o magari del Voi, anche ai bambini:
rammento l’osservazione di Freud che a cinque anni i giochi, poco giocosi, sono fatti.

Lo dico ricordando la conversazione di ieri sera con un amico a proposito di Gesù.

Non sono pio perché mi guardo dal credere o non credere, riconoscere o non riconoscere (agnoscere), che è “Dio”:
questa è una parola-contenitore – Teologia come contenitore preliminare, presupposto – in cui non credo né potrei credere, che vorrebbe il sunnominato come suo contenuto:
ora, sappiamo che proprio il sunnominato ha polemizzato contro il modello del contenitore:
che è il “sepolcro imbiancato” come modello “ipocrita” cioè privo di giudizio, e che può solo contenere vermi.

Domando:
con chi se la prendeva?, solo con “Scribi e Farisei”?:
poiché questi sono stati definiti in base al contenitore, l’ambito della polemica li debordava, e non solo loro ma anche l’ambito dell’Ebraismo:
Gesù, intellettuale colto che parlava anche greco (e latino, infatti in che lingua parlava con Pilato?), ce l’aveva con i Greci, i Filosofi del contenitore.

Notevolissimo è il racconto evangelico che fa trovare vuota (senza cadavere né vermi) la sua tomba-contenitore.

Ciò che riconosco nel sunnominato è un pensiero, che è insieme una Ragione, una Metafisica, e perfino una Costituzione (non una morale):
tale Metafisica e Ragione non solo non è quella greca, ma con questa collide proprio come Ragione.

Non solo “Dio”, ma neppure l’uso religioso della parola “fede” gli si applica, se non tradendolo:
gli si applica invece il giudizio di affidabilità, per affermarlo o ricusarlo:
un giudizio in cui si congiungono i giudizi di innocenza (non-nuocere) e di consistenza (non-contraddizione), ossia se fosse paradossale sarebbe inaffidabile.

Caduto il termine “Dio” come parola per “dure cervici”, si tratta di sapere se nel discorso di Gesù – proprio così,”discorso” – viene asserito un termine posto, positivo, non presupposto.

La risposta è nota: si tratta di una coppia di termini (tralascio il terzo) che sono Padre e Figlio:
senza il quale rapporto formale non c’è alcuna “paternità” predicativa o attributiva.

Così ci liberiamo, e liberiamo anche “Dio”, della coppia di automatiche “onnipotenza” e “onniscienza”, che fanno di “Dio” il super-Ente nella Grandezza,
prodigioso nel Luna Park della Natura, impotente nella realtà umana
(che cosa farebbe con un nevrotico, uno psicotico, un perverso, a parte drogarli in… eterno?).

Già che ci siamo, lo liberiamo anche dell’insensato, insignificante e minaccioso presupposto amoroso, salvo eventualmente rintracciare l’amore come proprietà fattuale dei suoi  atti:
in altri termini non giochiamo più, poco giocosamente, su due tavoli, umano e divino
(Gesù è universalmente noto, fede o non fede, per avere abolito tale doppiezza).

Rifiuto di occuparmi della storicità di Gesù se non è la medesima cosa della storicità di un tale pensiero, o discorso, senza pitoccare su decennio-più decennio-meno (dove avevamo la testa?).

Milano, 13 febbraio 2008

 

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