IL PAZZO DI ABDERA

Solo adesso ho appreso il significato di “abderitismo” (grazie a M. D, Contri, che se ne sta servendo).

Un aneddoto su Democrito (460-360 a. C.), di Abdera appunto, tramanda che il suddetto era considerato un pazzo dai concittadini, perché voleva proibire ai giovani di viaggiare affinché non diventassero intelligenti (I. Kant ne ha ricavato un’idea di filosofia della storia, ma passo oltre).

Sul viaggiare come superamento di confini è già stato detto di tutto.

Personalmente ne ho superati molti di ogni specie, con interesse e scoperte sì, ma ogni volta guardandomi indietro per scoprire, in soprappiù, che non c’erano confini e tanto meno Colonne d’Ercole:
ho cominciato presto a pensare che Dante aveva torto anche nel postulare un demente “folle volo”.

La prima volta che ne ho superato uno avevo quasi otto anni, e l’ho fatto con profitto ma anche delusione:
una certa via di Milano segnava il limite fissato da mia madre per le mie peregrinazioni verso il Centrocittà:
un giorno l’ho coraggiosamente superato per accorgermi che ero solo sull’altro lato dell’altro lato,
non solo fisicamente ma anche mentalmente, intendo la mente di mia madre, ma nel “superamento” le restavo ancora incollato, non in quel certo limite ma nel pensiero del limite
(so che sono passato alla parola “limite”, matematicamente impegnata).

Nel mio modesto “folle volo” non c’era alcun pericolo, ma meglio:
c’era, ma era lo stesso di prima.

Solo più avanti ho fatto ben altra scoperta, ossia che l’idea di superare confini è errata:
si tratta di ben altro, e senza necessario dispendio di muscolatura fisica o intellettuale (segnalo che l’idea di “muscolatura intellettuale” è patologica):
si tratta del passaggio, senza varcare un confine, a un pensiero avente la forza logica di non imporre confini perché in anticipo non teme contraddizioni, guerra, persecuzione e neppure concorrenza sleale.

Milano, 12 febbraio 2008

 

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