I DUE ASSI DELLA POVERTÀ

Nel contesto favorevole, orientato, di una seduta ho udito la parola “povero”:
per me è stato un “Eureka!” atteso da tempo.

Più di trent’anni fa, agli inizi della mia carriera di psicoanalista, un amico mi ha domandato che cosa occorresse per diventarlo:
“Questione di stoffa”, ho risposto equivocamente, e infatti l’amico è rimasto perplesso:
la mia risposta ammetteva una sorta di predestinazione o semplicemente predisposizione (biologica, divina, di formazione, di classe…).

Mi trovo a potere descrivere un’alternativa, forse non nuova ma inedita:
non c’è predisposizione ma disposizione, come si dice “a tua disposizione!”, quella che ho chiamato modus recipientis, il modo di chi è disponibile non a un dono o un’elargizione, ma a un finanziamento, che comporta l’intenzione dell’investimento (non anzitutto del consumo o della tesaurizzazione);
ma c’è anche la disposizione opposta, quella che si impunta nel rifiuto di quel modo, perfino nella coscienza dei danni che conseguono.

Ricordo che l’investimento implica il suo titolare:
non voglio ora immergermi nel Capitale finanziario, in cui i titolari si perdono nei meandri, ma ciò non chiude la discussione bensì la riapre.

La parola “povertà” vive sui due assi in conflitto, o dispositivi (una parola che intendo sviluppare), o Istituzioni del pensiero:
uno è l’asse povertà-ricchezza, che è un asse di opposti:
è quello per cui è stato detto che “i ricchi non entreranno nel Regno” (lasciamo perdere i “Cieli”), ma ciò significa che non vi entreranno neppure i correlati poveri, che condividono con i ricchi il medesimo asse (F. de Quevedo ne ha narrato, insomma i poveri non sono affatto buoni);
l’altro è l’asse povertà-sovranità, che non è di opposti, anzi.

Non sono il primo cui è venuta una simile idea:
di “poveri di spirito” si parla da millenni, ma nella continua confusione di essi con dei debili (ma attenzione ai debili mannari!);
come pure, la povertà francescana sta sull’asse povertà-sovranità.

In un linguaggio che promuovo da recente, poveri di spirito significa poveri di Oggetto cioè di Obiezione di principio (dalla quale procede ogni psicopatologia, per non parlare ora di criminologia):
ma non dico nulla di nuovo, infatti da circa quindici anni chiamo “talento negativo” tale virtù, che riferita ai sessi chiamo “castrazione” ossia assenza di pretese desunte da una Teoria sessuale (“Sessual-ità”):
sono condizioni o norme, in negativo, di favore.

Certo, il disporsi secondo l’asse povertà-ricchezza invoca generose attenuanti generiche, stante l’umiliazione e esautorazione civile dei più (ma questo è dire poco), che li tenta quasi irresistibilmente a disporsi secondo tale asse.

Sull’asse povertà-ricchezza, in mezzo sta la coppia casa-bottega, che fa né ricchi né poveri:
un tempo dicevamo “piccoloborghese”, ma in certi e databili anni questa parola è stata fatta sparire in fretta e furia a favore di “ceti medi”.

Il meno che possa dire di uno psicoanalista, è che non è casa-bottega.

Ma è una vecchia storia:
sappiamo che il “buon” e “povero” Gesù è stato dirottato dal suo proprio asse all’asse povertà-ricchezza, casa-bottega, facendolo tutto famiglia (“sacra” naturalmente) e falegnameria (analogo destino per Francesco).

Milano, 28 febbraio 2008

 

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