COMPERARE UN BAMBINO, OVVERO: A CHE SERVE LA PSICOANALISI?

Un articolo all’insegna della facilità:
a che serve la psicoanalisi?:
è facile saperlo.

Basta prendere questa frase popolare:
“[La mamma è andata a] comperare un bambino” (salendo la scala sociale la si usa sempre meno ma non cambia nulla, ossia la frase ha una sua torbida universalità).

Che ci vuole a decifrarla?, nulla se non sapere l’italiano:
essa dice alla luce del sole, al popolo, ai figli, che il bambino non proviene da un certo atto di una donna con un uomo,
o anche: nega (dice-non) tale provenienza, l’uomo non c’entra.

Sono testimone di una tale negazione (ai figli) fino al delirio,
– lo dico soltanto per alludere alla brutalità morale della frase -,
ma non ha qui importanza che io mi adduca come esperto della materia:
ha importanza il fatto che l’ovvia equivalenza della frase con una negazione non viene in mente, o se lo venisse sarebbe per banalizzarla e subito trascurarla, con il sorriso dell’idiota vero o finto.

La psicoanalisi serve da soccorso a vedere e udire ciò che è sotto gli occhi e nelle orecchie di tutti, soccorso alla mente di tutti in ciò che sarebbe più facile (mentre essere colti non soccorre minimamente rispetto ai non colti):
o anche, risponde al Salmo che descrive “Hanno occhi ma non vedono, orecchi ma non ci sentono”.

Ma non sembra che udire e vedere sia un desiderio diffuso.

Termino qui, ma solo per non continuare:
a partire da questa frase – come da molte altre – potrei ripresentare l’intera Psicoanalisi (o il Pensiero di natura) al servizio di udito, visione, motricità, e del pensiero.

Milano, 8 febbraio 2008

 

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