“A CAVAL DONATO… ”

É una maledizione, di tutte la peggiore:
essa vieta l’esperienza, anzitutto quella di vedere e udire  insieme all’atto del pensare.

Una mia cliente di buona istruzione, avendo usato questo detto si è poi molto meravigliata al constatare che non aveva mai osservato che il “caval donato” è il cavallo di Troia:
anche in ciò aveva agito il divieto.

Aveva agito per lei come per tutti, e infatti quel detto è comunemente  un’asserzione perfino ovvia:
certe cose non si fanno, e soprattutto non si pensano:
perlomeno, c’è un implicito riconoscimento che il pensare è un fare.

Dunque, c’è qualcosa che annichila il valore di ogni esperienza:
non è vero niente!:
questa frase diventerà importante tra breve.

Si tratta della minaccia di finire come Laocoonte (Gruppo del Laocoonte, scoperto nel 1506, Musei vaticani), soffocato da due serpenti marini mandati da Poseidone nemico di Troia:
Laocoonte era il sacerdote troiano che voleva respingere il cavallo per il solo fatto che veniva dai nemici Greci (“timeo Danaos et dona ferentes”), o quantomeno guardargli in bocca.

Gli scultori del Laocoonte (40-20 a. C.) hanno saputo rendere l’angoscia con il soffocamento dell’intero corpo:
ma noi, a differenza dal mito, siamo soffocati dalla minaccia prima dell’arrivo dei serpenti:
ecco perché Poseidone non ha potuto mandarli a Freud, che non ha ceduto né creduto alla minaccia:
è la miscredenza virtuosa di Freud, che pochi sanno avere o ereditare.

É un peccato che questa miscredenza non figuri in una lista delle virtù, e come capofila.

Quel “qualcosa” è il dono come segno dell’amore:
il vero vaso di Pandora.

Milano, 19 febbraio 2008

 

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