VIRGILIO E FREUD

Sabato domenica 12-13 gennaio 2008
in anno 151 post Freud natum

 

Lettura di:

S. Freud
Introduzione alla psicoanalisi
OSF 8

Dante si è fatto accompagnare da Virgilio, io da Freud (ho già scritto questo).

Dalla Beatrice dantesca neanche pensarci, prefero la muerte.

Con Freud non avrei mai scritto il Paradiso né mai lo farei:
scriverlo significa prescriverlo, rinunciando così a ogni idea consistente (cioè non contraddittoria) di “Paradiso” come Terra ecumenica cioè abitabile, vivibile, come “Regno” o Universo umano di rapporti da porre (il concetto di Universo fisico è mal concepito), di cui ogni singolo è competente senza anarchia ossia riconoscendo, a partire dalla propria sovranità, le Istituzioni pubbliche nonché la competenza altrui (è questo il “rispetto”).

Il Paradiso dantesco è un Inferno prescrittivo e angoscioso (come lo è Beatrice), in cui la precipitosa, istantanea, eterna obbedienza alla prescrizione anticipa di un soffio l’angoscia:
come ben si vede in analisi, cioè il fatto che alla prima minaccia di angoscia il soggetto si attacca alla maniglia della Teoria,
come si dice attaccarsi alla bottiglia, ma la Teoria è peggio anche perché dà un’assuefazione più grave.

Rifiuto di figurarmi il Messia come Capo o Führer quantunque buono, pur avendo capo cioè testa in quanto pensiero, come tale ordinativo-legislativo.

Oltretutto l’esperienza del Capo è terribile, se ha avuto l’imprudenza di diventarlo:
oltre a essere faticosissima è pericolosa, perché se scendesse i suoi seguaci lo ucciderebbero.

Sono millenni che rifiutiamo al pensiero il primato nella competenza.

Milano, 12-13 gennaio 2008

 

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