IL CLERICALISMO DEL SACRO

Sono dispiaciuto di dovere dare torto a Eugenio Scalfari, la cui considerazioni seguo spesso con interesse.

In questo caso Scalfari si porta latore di un equivoco che peraltro condivide con i clericali:
infatti il suo articolo è intitolato “Una Chiesa che scambia il sacro col profano” (Repubblica, 13 gennaio).

Ma non è questo il clericalismo, bensì quello – trasversale a tutte le fedi o non fedi, alle Chiese, ai Partiti, alle Culture – che confonde, anziché distinguerli radicalmente, sacro e santo.

In ciò erano già clericali i Greci – clericali della Teoria e dell’Epi-stéme, cui pochi hanno accesso -, e con loro molti altri.

Il clericalismo nella storia del Cristianesimo è iniziato con la coniazione della parola e ossimoro “sacro-santo”.

“Sacro” significa il limite di un recinto, off limits, quale che sia il contenuto del recinto, non necessariamente religioso.

“Santo” si riferisce solo a un individuo, mentre “sacro” si riferisce a una “cosa”, e una cosa astratta e generica, sovrastante e sovrapposta, tanto che si dice “Il Sacro” cioè un Oggetto tra i tanti di cui sto facendo l’inventario:
tra i quali “La Madre” distinta dalla donna, “La Donna” ostacolo alla donna, in cui colgo il prototipo del “Sacro”:
“La Madre” e “La Donna” sono degli avatara del clericalismo:
il clericalismo è la notte nera in cui tutte le vacche sono nere .

Non c’è dunque “Il” santo, ma un santo:
un santo è uno che non ha sacro, non uno che supera dei limiti, che trans-gredisce, meno ancora un clastico né un vandalo sia pure per “superiori” motivi, bensì uno che limiti non ha anzitutto nel suo pensiero:
non ha un pensiero (ossessivo) a scomparti o “sfere” (fate voi l’elenco delle vostre sfere: lavoro, sesso, tempo libero, privato, pubblico, pensiero ridotto a sfera esso stesso, teoria, pratica, dire, fare, …).

Un santo è uno che si prende a tal punto come fatto “a immagine e somiglianza di Dio” da non avere bisogno di Religione né Teologia, che sono due “sacri”.

Mi piace il Diritto (cui ne ho aggiunto un altro non “naturale” bensì positivo) perché è l’unico discorso esente dal sacro:
infatti, vero è che solo il Magistrato è autorizzato a dare effetto esecutivo ai suoi atti di giudizio, e che dunque c’è un limite invalicabile per ogni altro cittadino, però solo quanto agli effetti e non a tali atti, ma nessun cittadino è pregiudizialmente limitato nel pensare competentemente il Diritto anche nell’efficacia.

Siamo clericali anche nel non concederci di pensare un primo Diritto, restringendoci al Diritto naturale o ai diritti umani.

Un Santo che apprezzo come tale è S. Francesco per l’illimitatezza del suo pensiero, benché la sua dubbia e censuratissima biografia si sia premurata di ricondurlo ai limiti (non perché feroce “fraticello”).

Il sacco da lui indossato con illimitata iniziativa estetica dopo spogliatosi in Chiesa e in pubblico, fa di lui il massimo snob della storia umana, tanto che Armani e prima di lui Vivienne Westwood avrebbero potuto prenderlo come Santo patrono (con nulla di punk né hippy).

Il pensiero pacifico di “sorella morte” è alternativa al pensiero tradizionale della morte come limite, quel limite da cui scoccherebbe la scintilla dell’esigenza del “divino”.

Infine quella “povertà” che è presentata, non a torto, come il suo marchio di fabbrica – però marchio di sacri-ficio, ancora il sacro -, designa la possibilità del non-limite nella relazione con l’altro:
penso che Francesco esplorasse la povertà come risorsa, non come una prerogativa quale la ricchezza già data benché opposta ad essa, ma come povertà di prerogative ossia di pretese nello stabilire una relazione:
non si tratta di un’indesiderabile indigenza, derivante dal ricevere la carità anziché farla (oblatività a rovescio), bensì di una massima come “Disponi le cose in modo tale che sia un altro a poter fare la prossima mossa, senza scontrarsi con il limite precostituito dalla tua prerogativa”:
“mendicante” non è l’idea giusta (al mendicante non si risponde con una mossa, come peraltro lui non ne fa):
nella non-pretesa si offre affidabilità per l’iniziativa non pretenziosa dell’altro.

Da anni parlo del “talento negativo” come della povertà proposta, e praticata, dallo psicoanalista.

Milano, 17 gennaio 2008

 

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