HOMO PATHOLOGICUS

Faccio male, lo so, ad affidare a poche righe argomenti come questo, che sarebbero da libro ponderoso e ponderato, ma ormai lavoro così.

Gli Antropologi non hanno fatto tutto il loro lavoro, ma non penso che possano fare diversamente:
hanno scoperto diversi “Homo” tra i quali è celebre il “sapiens” (neanche tanto), ma hanno omesso l’“Homo pathologicus”.

Mi rendo conto delle obiezioni che mi farebbero, e delle repliche che darei, ma passo.

E’ lo Homo di un conflitto permanente tra contrari non simmetrici, mentre la sequenza ordinata del vari Homo dell’Antropologia marcia pacificamente, sicuramente e progressivamente verso i lendemains qui chantent:
qui l’Antropologia partecipa dell’ingenuità della Scienza:
l’ingenuità non è ingenua.

Rispetto ai tempi lunghi dell’Antropologia, qui siamo sui tempi brevi, poche migliaia di anni (almeno nei documenti), un soffio.

Un tale Homo è documentato in Omero, Esiodo, nei Tragici (più chiaramente in Sofocle: Edipo, Antigone, Aiace …), nei Lirici greci, nella Mitologia in generale (anzitutto ma non solo quella greca):
comprendo allora l’antipatia di Platone per la poesia-letteratura:
l’Homo pathologicus lo contraddiceva.

Come pure, un tale Homo è presente nella Bibbia a partire dalla Caduta:
inibizione, sintomo, angoscia, ideazione delirante (“nudità”).

Esso ha fatto poi un soprassalto, appunto in… alto, nell’era cristiana, con documentazione esuberante.

In questa era, la guarigione è stata scorporata dalla salvezza, la salute dalla salus.

Non faccio il maestro della Mater et Magistra, semplicemente osservo un peccato di omissione bimillenario (anche tenuto conto del nesso, non identità, patologia-peccato):
eppure la patologia nei Vizi capitali è vistosa.

Anche qui mi rendo conto delle obiezioni, anzi queste le conosco positivamente, ma passo ancora.

Milano, 9 gennaio 2008

 

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