CASTITÀ DEL SOGNO, E OLTRE

Prima di venire alla domanda aperta nell’articolo precedente (“A cosa serve un uomo?”, 24 gennaio), una tappa intermedia in cui riprendo il precedente “Casti sogni” (14 dicembre 2007).

I sogni sono casti, non perché si ispirino alle morali applicate (!?), ma perché un tocco in più sarebbe segno di obiezione:
per esempio un sogno a luci rosse veicolerebbe l’obiezione della commercialità dell’atto:
fare l’amore bene – chi ne sa qualcosa di questo non è mai a luci rosse, del che gli amanti possono dapprima essere sorpresi.

Non è diverso per l’“Edipo”:
depone per esso anche solo il ricordo gradevole del dopobarba del padre, o dell’odore della sua pelle (nel ricordo o nel sogno).

Così è per il complesso omonimo quando è ben fatto:
ma è come disfatto, distrutto, che lo incontriamo per lo più:
è questa distinzione (netta in Freud) che spesso difetta a noi psicoanalisti.

Esempio di ben fatto (oltre a quello del dopobarba):
una figlia sogna di attendere un giovane soldato reduce di guerra, quello che (storia famigliare) di lì a poco avrebbe sposato la promessa (solo poi i due sarebbero diventati genitori della sognatrice):
qui la figlia si è messa al posto di quella donna, e questo è tutto:
il “complesso” non esige altro per la sua illustrazione, ed è beneaugurale nella sua inaugurante apertura a ogni successivo atto e evento (non si dà fissazione all’amante edipico).

Esempio di mal fatto perché mal andato:
una figlia con tre fratelli  racconta nel sogno a un’amica che sono nati tutti e quattro insieme (non era un caso plurigemellarità):
nell’ammissione a denti stretti, strettissimi, che “qualcosa” tra i genitori era pur successo per una volta, era di scena l’obiezione di principio tra i genitori, poi sua.

L’“Edipo” integro è la pensabilità (dell’atto), ma proprio contro di essa si erge la proibizione-distruzione dell’Edipo:
“Certe cose – facili e impeccabili – non si devono neppure pensare”:
l’attacco è sempre al pensiero, a partire da questo che preordina l’illimitatezza (non patologia) del pensiero, di cui questo complesso è la “pietra angolare”.

La figlia del sogno del padre reduce avrebbe la via e la vita spianata davanti a sé:
non le è poi andata così, e il suo anti-Edipo è diventato accanito, con penose e onerose conseguenze:
almeno però il sogno si è prodotto, cioè il pensiero non era stato annullato, ossia l’avversario del pensiero ha fallito:
è più che sospetta l’insistenza con cui si parla dei nostri fallimenti:
non si è disposti a annotare che l’avversario – l’Oggetto-obiezione – fallisce.

Ho parlato di illimitatezza del pensiero, o anche di Universo:
l’“Edipo” non è una trascrizione della parrocchia famigliare, anzi della famiglia come parrocchia:
è la patologia, l’“Edipo” disfatto, a fissare alla famiglia, anzi alla famiglia come dissidio suturato.

É stato detto che la famiglia sarebbe “remedium concupiscentiae”:
non è vero, lo è l’“Edipo” nella sua castità – quale? – rispetto alla “concupiscenza” come “sessualità” o “sfera” o coazione sessuale.

Milano, 25 gennaio 2008

 

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