CINQUECENTO x UNO: PSICOSI PURA E SERIAL KILLER

Il pensiero può prendere più strade e assumere più forme:
le une e le altre sono in piccolo anzi piccolissimo numero (non è vero che tot capita tot sententiae):
i pensieri sono in numero limitato, descrivibili e enumerabili.

Ho già scritto della psicosi pura partendo dalla costatazione popolare, molto più rilevante di quanto si crede, che “non tutti i matti sono in manicomio”:
ne ho spinto la rilevanza fino a commentare che, se così, allora la storia della Psichiatria e della Psicopatologia malgrado i suoi meriti (fino agli anni venti del Novecento, non dopo) ci ha reso un cattivo servizio:
quello di farci credere che la psicosi sia quella che passa per lo Psichiatra, mentre questa è solo quella che si è infortunata, ha messo un piede in fallo.

Ora prendo la psicosi pura dal lato del serial killer, e tanto più quanto più questo non bada a spese:
spese altrui, naturalmente.

Ne prendo un esempio di cui i giornali hanno parlato diversi anni fa:
un americano ne aveva ammazzati trecento già appurati (si sa che gli americani amano i grandi numeri, ma ora hanno la concorrenza orientale), ma forse cinquecento.

Dopo l’arresto quest’uomo aveva raggiunto in carcere una posizione invidiabile:
rispettato da sceriffo e guardie, con cella ben fornita e con comodo di ragazze, fondava il suo benessere carcerario sui parenti delle vittime, che lo corteggiavano anche con donativi per ottenere informazioni su dove avesse sepolto i corpi delle vittime (si rivolgevano a lui anche parenti di vittime scomparse forse non uccise da lui):
insomma un onesto lavoratore che aveva cumulato una onorevole pensione e si era assicurato una serena vecchiaia.

Uno così ha formulato un ragionamento, un pensiero:
un morto conta per uno (a parte i familiari), dunque cinquecento o più assassinati sono solo uno moltiplicato per cinquecento, il che a quell’uno non importa perché lui conta per uno, dunque l’assassino ne ha assassinato solo uno benché per cinquecento.

Difficile contestare il ragionamento, ma quale?,
e quale sarebbe un altro ragionamento?

Il primo lo chiamo il ragionamento della sagoma (ne ho già scritto), come al poligono di tiro, e non c’è differenza tra una o cinquecento sagome.

Poi c’è l’altro ragionamento, quello per cui non ci sono sagome ma solo partner (affari), anche solo potenziali:
è il senso, oscurato da tutta la predicazione plurisecolare, della parabola del Samaritano.

Lo psicotico puro non è un malvagio, e neppure un sadico:
è uno che si è buttato sul versante della sagoma e non del partner.

Ce l’ho con i Paradisi:
niente partner, tutti sagome, tutti morti:
la pulsione di morte non l’ha inventata Freud:
le ha solo dato il nome.

Nel Paradiso di Dante sono tutti morti, Dio compreso.

Non approvo l’astrattezza dell’espressione “tenere alla vita” quando non significa strettamente “tenere alla pelle”,
e ho tenuto a ben distinguere pelle da carrozzeria,
e insieme ho tenuto a precisare che non si mangia per vivere ma che si vive per mangiare (sono due articoli precedenti e recenti).

Milano, 12 dicembre 2007

 

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