Una paziente, o cliente, sogna di recarsi insieme al marito nell’appartamento effettivamente poi occupato dalla coppia dopo il matrimonio, e sito al secondo piano dello stabile:
senonché nel salire le scale è assente la seconda rampa,
anzi è assente solo per lei mentre gli altri, marito compreso, riescono a proseguire.
Qui l’“inconscio”
– cioè il pensiero rimasto sempre valido, ma troppo costosamente e timidamente impegnato a spendersi per giocare la censura, ossia per tenere conto della Forza di occupazione –
ha agito come un Tribunale Ecclesiastico:
ha concluso che non c’era stato nessun matrimonio, con sentenza di nullità.
Nel pensiero di questa donna – e indubbiamente anche del marito – mancava il pensiero “coniugio”, e dunque non c’era stato coniugio.
Resta poi da distinguere tra nevrosi e psicosi:
qualcuno capisce qualcosa di ciò che dico?.
Milano, 29 novembre 2007