’68: I FIGLI DI UNA PROMESSA

Riporto ciò che ho scritto per una Rivista sul ’68: ho riassunto il nocciolo di ciò che ne ho detto all’Università di Urbino (13 dicembre 2003).

Nel Maggio francese io “c’ero” (rue Gay-Lussac, fiamme, auto ribaltate, vetrine sfondate…, ma anche cose degne di considerazione).

In quegli anni – non più i nostri – i “giovani” erano discendenti di una promessa, cristiana comunista fascista laica laicista (penso di essere esperto di età della promessa):
ma sulla promessa la Bibbia (Genesi) è stata chiara e distinta:
la buona promessa è quella vincolata all’eredità ossia al possesso legittimo, e infatti promessa era una Terra designata con precisione (ora non sto parlando dello Stato di Israele, che comunque considero indiscutibile):
senza questo vincolo una promessa è un’illusione, o peggio un inganno cioè un dolo:
è l’eredità a fare Legge o Patto: la sola promessa è simulazione detestabile.

Un bel giorno sono andati a riscuotere, ma hanno trovato solo promessa, non eredità:
i padri dei sessantottini (oggi è come dire gli Assiro-babilonesi) erano stati latori – senza saperlo, concediamolo – di  una promessa senza eredità:
ebbene, i loro “figli” li hanno poi sanzionati, e gli hanno fatto vedere i sorci verdi, e così ai loro insegnanti:
risultato: una Scuola e Università distrutta anche anzi soprattutto in quel poco in cui valeva qualcosa.

Dopo la Terra promessa è venuta la parabola dei talenti (e anche “erediteranno la terra”), quanto mai ebraica nel suo preventivare il raddoppio del capitale legittimamente acquisito:
la maggior parte dei padri non sono ricchi, ma per essere padre basta essere uno che racconta logicamente ai figli la parabola dei talenti:
forse diventeranno come il figliol prodigo, che però aveva riscosso legittimamente l’eredità, inoltre anche un errore confessato fa capitale, d’esperienza almeno:
oggi abbiamo tanti babbi e mamme (“figure paterne” e “figure paterne”, ruoli: che figura!):
il padre non è definito dal sesso ma dall’eredità, che fa paterna anche una donna restando donna meglio di prima:
un uomo e una donna se qualcosa hanno in comune, è il padre.

In questa parabola l’eredità è “a babbo vivo”:
questo avrebbe dovuto essere il proprio del cristianesimo (a me c’è voluta la psicoanalisi).

Nel febbraio ’68 bussavo alla porta di J. Lacan, 5 rue de Lille:
lui ha passato la vita a meditare sul padre benché non conclusivamente,
io ne ho raccolto la meditazione come eredità, penso concludendo.

Milano, 27 novembre 2007

 

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