UN MOTO CHIAMATO “AMORE”

Ancora un’introduzione al Corso dello Studium Cartello “Amore, imputabilità, tecnica” che inizierà sabato 20 ottobre (www.studiumcartello.it).

Il primo passo del Corso sarà quello di riconoscere nella parola “amore” una delle massime oscurità plurimillenarie (e al buio ogni nefandezza è possibile), e di dubitare che essa abbia significato e senso:
si tratta di un dubbio non ossessivo, mentre al contrario l’ossessivo va… pazzo per l’amore.

Dante ha torto a scrivere “L’amor che move il sole e l’altre stelle” ossia la natura:
se muovesse qualcosa, sarebbe quella meta-natura che chiamiamo “uomo”:
l’uomo non è natura o creatura, almeno questo da Freud dovremmo avere imparato (la materia è un’altra cosa).

Ne propongo, per lavorare a partire da un’idea chiara e distinta, una definizione:
“amore” non designa un motore o una causa, cioè l’oscura tautologia di sempre (l’amore è… l’amore), neppure come attrattore o attrattiva,
– osservo che l’espressione triviale “mi tira!” è applicabile tanto all’eterosessualità quanto all’omosessualità, quanto alla masturbazione e infine perfino a Dio come at-tiratore benché superiore (pornografia spirituale) -,
bensì designa un moto non inibito nella meta, cioè è il nome di un moto senza causa (Oggetto) del moto,
mentre la causa avoca a sé l’effetto abolendo il soggetto come una fonte di esso (Quelle),
ossia è un moto senza esclusioni o scarti (“pietra scartata”), senza censura o dogana, senza divisione del pensiero a partire dal rigetto dell’eccitamento (ripeto ancora che nell’uomo l’eccitamento è una vocazione, senza alcun debito religioso in questa parola),
e dall’analisi sappiamo che tutto ciò che viene scartato era una buona idea,
mentre il moto inibito da un agente o “trauma” imputabile, a sua volta non è innocente, delinque, offende, mente, impoverisce, divide.

“Amore” è il nome, anzi un nome fungibile, della legge di moto cui siamo pervenuti grazie all’elaborazione dell’istituzione legale freudiana articolata in spinta-fonte-oggetto-meta detta “pulsione”,
che è il nome di une legge senza causa, legge di cui il soggetto è una fonte (abolita dalla causa),
un nome fungibile o intercambiabile, infatti perché non uscire dall’enorme discarica di equivoci in proposito dicendo semplicemente “trattare bene”? (J. Lacan),
e non c’è “bene” che nella conclusione senza resti di un moto corporeo:
“Il Bene” come “L’Amore” è solo uno degli oscuri Oggetti del Cielo infernale, fonte peraltro del “relativismo” più scalmanato, tutto e il contrario di tutto, Inferno e Paradiso intercambiabili.

Va da sé, per conseguenza, che l’espressione “amore narcisistico” è l’ossimoro dell’umanità, e non perché “amore oggettuale” vada meglio:
noi psicoanalisti, al riguardo, siamo in difficoltà e oscurità con la restante umanità.

Si vede come ancora una volta è a Freud che dobbiamo ricorrere, in questo caso per la possibilità del concetto di “amore”.

Per celare lo stato di cose si è sempre ripiegato nella torbida individuazione dell’amore in “La Madre”, o “La Donna”, ossia il più opprimente tra gli Oggetti astratti del suddetto Cielo infernale,
opprimente anche per le donne e le madri,
paragonabile a una bacillocultura totipotente come le staminali embrionali.

La principale fonte di delitto (o “peccato”) è l’omissione, perché ha l’alibi “non ho fatto niente!” (indifferenza, disinteresse):
tra le omissioni, strategica è quella della differenza dei sessi.

Questo breve articolo resterà l’unico della settimana:
riprenderò lunedì 15 ottobre.

Milano, 8 ottobre 2007

 

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