SANZIONE DEL PARRICIDIO

Ripropongo un caso reso noto da P. Lemoine nel 1977, già riferito nel mio “La tolleranza del dolore. Stato, Diritto, Psicoanalisi”, 1977 e 1984.

Lo riassumo all’estremo con un commento.

Alla Facoltà di Medicina di Mosca in un anno imprecisato della tarda era staliniana, comunque non prima del 1952, ebbe luogo una Conferenza sul libro di Stalin “Il marxismo e i problemi della linguistica”, 1952, che sosteneva la tesi (interessante anche per noi oggi) che il linguaggio non è una sovrastruttura ideologica ma un mezzo di produzione (non sono diventato stalinista, e del resto neppure la tesi lo è).

Nella discussione uno studente si alzò a domandare “quando mai il compagno Stalin avesse studiato la linguistica”.

Subito dopo scomparve: diversi anni dopo qualcuno seppe, incontrandolo casualmente a Parigi, che il suo intervento gli era costato sei anni di Siberia.

A Parigi aveva iniziato un’analisi, motivandola in questi termini all’amico d’altri tempi appena riincontrato: “La domanda che mi pongo fin dall’inizio del trattamento è di sapere perché quel giorno ho fatto ciò che ho fatto”.

Commento

Non è certo il caso di sospettarmi di accondiscendere ai metodi polizieschi staliniani, osservo però che l’intervento di quello studente non aveva nulla della dissidenza politica, e nemmeno del dibattito nella materia: era una polemica di ben altra specie, ignorata (ma ci sono più specie di ignoranza) dal suo autore.

Interpretava bene P. Lemoine un tale atto come parricidio da parte di un ossessionato dal padre, aggiungendo che se il senso dell’atto sfuggiva al soggetto, “in uno Stato totalitario non sfugge alla polizia”.

Queste cose non succedono nei paesi democratici – o meglio non succedono così: il parricidio non sfugge a nessuno, polizia a parte -, ma c’è sanzione e sanzione.

Non è ancora stata scritta una giurisprudenza del parricidio (il primo e unico peccato o reato secondo Freud):
nella sua casistica (ampissima),
nelle sanzioni cui va incontro in modo effettivo (tenacemente e attivamente ignorate dal reo),
patologia inclusa come sanzione (la patologia è staliniana anche in regime democratico: 1° è intollerante, 2° non perdona),
e nelle azioni, indubbiamente non benefiche, che se ne producono.

Ma si tratta della giurisprudenza di un altro e distinto Diritto.

Poscritto (sulla patologia che non perdona)

Il perdono è la sospensione, o l’annullamento, della sanzione, integro restando il giudizio (esempio: l’omicida può uscire di prigione, ma rimane il giudizio “omicidio”):
ebbene, la patologia è sanzione (spesso crudele e senza fine), nella rimozione del giudizio.

Si possono perdonare coloro che fanno confusione sul perdono?

Milano, 26 gennaio 2007