LA TEORIA, O LA PRIGIONE DEL CORPO: GUARIRE DA PLATONE

Prendo come esempio la Teoria dell’anoressia:
faccio osservare che non ho scritto: la Teoria dell’anoressica(-o):
questa se la trova in “testa”, inoculata, trasmessa, come un virus nel computer.

“Trasmissione” non designa sempre un bene.

Tale Teoria è formulabile con chiarezza e distinzione:
si mangia per bisogno (tra i deliri teorici c’è anche quello del bisogno o fabbisogno sessuale, con una frigidità analoga all’anoressia).

Un certo padre diceva alla figlia, poi anoressica ma che prima apprezzava il cibo:
non si vive per mangiare, si mangia per vivere (all’… Inferno!).

Si mangia per “pulsione” (ecco Freud), ossia si mangia per una legge di moto corporeo il cui principio è di piacere ossia che ha la meta (o conclusione del moto) come soddisfazione (non l’inverso).

Quella frase di un pessimo sedicente “padre” è la Teoria educativa dell’alimentazione.

L’anoressica non sostiene affatto la Teoria che la assassina, al contrario la riconosce come ostile e la combatte:
ma la combatte suicidandosi, come un kamikaze che può liberarsi dal nemico solo uccidendosi con esso (Sansone prima dei Giapponesi e dei kamikaze islamici).

Ecco dunque un esempio di Teoria come Oggetto occupante, incombente e persecutorio,
ed ecco in generale la Teoria come prigione del corpo:
non è l’anima a essere nella prigione del corpo, è il corpo a essere nella prigione della Teoria:
Platone è iniquità e  menzogna:
quasi duemila anni fa noi cristiani ci siamo cascati in maggioranza per ingenuità, in qualche caso ci siamo stati per cattiveria.

La Teoria è l’anima… malvagia del corpo.

Guarire è guarire da Platone:
questa è una definizione, non una battuta.

La psicoanalisi ha iniziato dall’intimare lo “habeas corpus!” (portamelo qui!, liberalo!) alla Teoria che ha imprigionato proditoriamente il corpo, ossia senza né imputarlo né imputarsi.

Noi lavoriamo alla Magna Charta dell’Ordine giuridico del linguaggio, con lo habeas corpus che gli è proprio e che precede logicamente quell’altra e quell’altro.

Termino con un esempio “popolare”di Oggetto:
io non bacio una donna (neanche quando la bacio), e non… eccetera (seguono tutte le espressioni correnti, per lo più deplorevoli),
e neppure (come ho scritto inadeguatamente in un primo tempo) onoro il corpo di una donna:
bensì onoro una donna nel suo corpo, come la onoro nella sua casa, nel suo giardino, nel suo pensiero, nelle sue parole, nella sua cucina:
questa è una serie, come si direbbe passare da una stanza all’altra, senza stanze proibite:
ho appena descritto gli atti puri del 6° Comandamento.

Milano, 3 ottobre 2007

 

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