IL MEDICO E L’INIQUITÀ MEDICO-TEOLOGICA

Freud ha coerentemente continuato a chiamare “Medico, Arzt” lo Psicoanalista, anche quando questo non aveva fatto gli studi di medicina.

I medici sanno distinguere nei loro pazienti, chi più chi meno finemente, tra patologia medica e psicopatologia, dopo di che si regolano come possono, più o meno secondo scienza e coscienza:
o gli somministrano qualche ansiolitico, o li mandano da uno psicologo o psicoterapeuta, o raramente da uno psicoanalista.

A volte, ma molto più raramente, pensano logicamente di diventare – se ciò fosse sarebbe per forza di logica – dei Nuovi medici:
proprio come ha fatto Freud che appunto come Medico ha iniziato, e ha continuato a condizione di un passaggio da un modo a un nuovo modo.

Ne è venuto lo psicoanalista come nuovo medico, nuovo come nuovo modo, il quale non abbisogna degli studi medici, che pure approva senza riserve:
tanto da non considerare – notabene – la psicoanalisi come una “medicina alternativa”.

La psicoanalisi è quel caso di habeas corpus che libera il corpo dalla sua prigionia  nella causalità naturale, nel rapporto causa-effetto proprio della medicina, e non perché questa sbagli – per aprire un nuovo processo puramente umano libero dalla causalità.

So di una giovanissima anoressica, una credente cattolica, che al tentativo di curarla ha obiettato che solo Dio potrebbe farlo, ossia per miracolo:
ho sentito poche bestemmie più gravi:
in essa Dio viene accusato di agire con gli uomini secondo il determinismo causa-effetto in cui, come nel caso del miracolo, Dio si pone al posto della causa:
non ho obiezioni se si tratta di carcinoma, ma le ho tutte se si tratta di anoressia, o di isteria, o di schizofrenia:
e la cosa curiosa è che almeno in questo la tradizione cattolica è con me e con Freud (ossia a Lourdes Dio miracola solo malattie a base organica).

Dio, se esiste, non dovrebbe venire accusato di sostenere la prigionia causa-effetto:
l’ateismo in paragone è un peccato veniale:
Dio potrebbe ritenersi offeso dall’essere pensato come un imprigionatore iniquo nella causalità.

Conoscevo una schizofrenica persa, che passava il tempo pregando, cioè tra l’ansiolitico e il teatro:
non rifiuto valore alla preghiera, ma ne parlerò una prossima volta.

Milano, 31 ottobre 2007

 

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