L’OGGETTO, L’ANORESSIA E MICHELANGELO

Ieri ho progredito nell’illustrare l’Oggetto come l’obiezione o l’avversario, oggi continuo.

Mi servo spesso di frasi banali per mostrare il Potere logico e politico, senza parere, della banalizzazione:
una è “Mangia ché ti fa bene!”, che condensa in sé appunto senza parere:
predizione (scienza) e prescrizione (morale) unite:
sembra niente invece è… Tutto (Conoscenza e Morale), accoppiata di Leggi totalizzante come Oggetto imponente.

Senonché, “ecco tutto”, noi non mangiamo affatto secondo l’una o l’altra Legge (bisogno biologico, dovere morale di sopravvivere), bensì mangiamo per un’altra Legge:
mangiamo per (principio o legge di) piacere, nel doppio significato di sostantivo e di verbo ossia per piacere a qualcuno, o per legge di moto a soddisfazione  o meta.

Predizione e prescrizione ne prescindono, ne astraggono:
allora il pensiero omesso censurato resta come coscienziosissimo “inconscio”.

Anzi l’Oggetto non è, si riduce al pre-scindere stesso, l’a-strarre stesso, l’Oggetto è obiezione pura, obiezione al pensiero (almeno ora sappiamo cos’è: il “superio” non è se non come obiezione).

L’Oggetto è il Libro in cui siamo previsti, Legge di predizione e prescrizione versus altra Legge, l’unica che ci fa mangiare.

Il Libro, dice lui, mi conosce, e mi ama, conosce il mio bene:
allora è un criminale:
ma siamo tutti tentati, fin dalla Tentazione originale, a convertirci-corromperci al Libro che conoscerebbe il nostro Bene (distinguo questo Libro dalla Bibbia).

L’anoressia è razionale nel suo fare obiezione all’Oggetto come obiezione, ossia ragiona che se “mangia ché ti fa bene” allora non mangio.

Capita di veder mangiare bene tanto in senso estetico quanto morale (intendo rispetto “religioso” per il cibo):
esempio tra tutti l’amabile bambino di Bruegel in “Pranzo di nozze”, 1567-68, Kunsthistorisches Museum di Vienna, che in un angolo seduto a terra raccoglie con un dito il sugo rimasto in fondo al piatto:
vedere mangiare bene dà soddisfazione (benché in un angolo, il bambino mangia in società, ossia ha un mangiare commensale).

L’errore dell’anoressia è di continuare a sacrificarsi per la Teoria o Astrazione o Oggetto (predizione più prescrizione) contro il quale combatte ma come carne da macello, con odio ma come vittima, come un soldato all’antica che si getta baionetta innestata contro le schiere del Nemico:
rinuncia a imputare (l’Oggetto nella sua peraltro inconsistenza, che neppure merita baionette, e d’altronde non ne ha: al riguardo il nostro è puro fideismo).

Michelangelo (Giudizio universale, Sistina) è un forte precursore della psicoanalisi, per avere imputato l’Oggetto nella bestemmia della trasformazione di Cristo in Sommo Oggetto, Sommo Bene, Astrazione Massima:
ne ho ormai parlato cento volte:
i Discepoli lo guatano severamente, S. Bartolomeo gli rivolge contro il coltello che lo ha torturato, la Madonna lo ricusa:
quello di Michelangelo è un Giudizio universale rovesciato:
l’imputato è l’Oggetto cui è stato ridotto Cristo come figura dell’Oggetto astratto, predittivo e imperativo.

Michelangelo non solo non è blasfemo, bensì mostra come blasfema la riduzione di Gesù a Sommo Oggetto, Sommo Bene, Anticristo, predizione e prescrizione del bene (“Mangia ché ti fa bene!”)

L’anoressia potrebbe guarire a partire da Michelangelo, dalla sua critica dell’Oggetto sommo, senza più sacrificio polemico a esso:
la guarigione è cessazione della fissazione all’Oggetto, o Teoria, che nella patologia permane accanitamente.

Non vorrei essere Dio nel cielo della contemplazione o Sommo bene:
potrei solo essere eternamente odiato.

Milano, 5 settembre 2007

 

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