PUERI DE GREGE PORCUS

o la prigione dello spirito

 

Non so che cosa saprei fare se fossi imprigionato, o agli arresti domiciliari, e forse pubblicamente disprezzato (ossia un caso diverso da quello di Sofri), magari dopo un assai discutibile iter giudiziario.

Non mi arrogo di sapere rispondere, nemmeno se fossi un santo:
in ogni caso se fossi un santo questa situazione non mi piacerebbe affatto, perché se mi piacesse sarei un masochista e dunque non un santo:
un santo giudica anche i suoi giudici (non meno giudiziariamente di loro, il che chiamiamo “Tribunale Freud”).

Ma cerco e trovo almeno un principio di orientamento, eccolo:
penso che farei il… porco!

Naturalmente sto giocando sulle parole ma con rigore, riferendomi al più celebre porco della storia, Orazio, che proprio così si autodefiniva:
Epicuri de grege porcus (Epistole, I,  4, 16).

Ma non mi bastano Epicuro, Orazio, i Carmina Burana:
e meno ancora mi bastano in condizioni di deprivazione sensoriale, dico dunque con Freud:
Pueri de grege porcus
(con il favore della lingua italiana in cui “porco” è anagramma di “corpo”, e di quella latina in cui “porcus” è anagramma di “corpus”: a Epicuro e Orazio l’anagramma mancava),
perché la “cute” epicurea non ha esistenza, se non grazie alla rappresentanza che il pensiero ne assume (Repräsentanz, Vorstellungsrepräsentanz):
è questa assunzione lo habeas corpus freudiano,
come sappiamo anche dall’isteria, capacissima di deprivare la cute della sensibilità, cioè di imprigionarla dall’interno (ma almeno resta della competenza personale).

Freud è ripartito  da quell’intellettualissimo porcus che è il bambino, che un giorno passerà alla stazione eretta, come gli animali nella filogenesi.

Ma con una differenza dalle scimmie:
il passaggio alla testa in alto non è solo fisico ma crudelmente istituzionale, l’istituzione alto/basso, con perdita anzi rinuncia (Verzicht) all’istituzione sana di quando la testa era ancora sulla… terra:
insomma diventa una testa sublime, super-egoica, che fa rinunciare alle pulsioni (Triebverzicht) non anzitutto nel loro contenuto (olfattivo per esempio) ma nella loro forma di leggi per la soddisfazione (chiamiamo “pensiero di natura” tale forma, capacissima di investirsi in nuovi contenuti fino a inventarli).

Invece sublimazione e superio cambiano la forma, capacissimi restando di mantenere i vecchi contenuti (per esempio stercorari – come nella “Merda d’artista” di P. Manzoni -, e in generale perversi).

É il passaggio alla distinzione spirituale tra alto e basso, una distinzione che fa dello spirito un losco figuro irresponsabile, che ben si guarda dall’assumere la rappresentanza della cute, del corpo:
non c’è mai stato un corpo prigione dello spirito:
c’è solo il caso di uno spirito che si fra prigione del corpo, sceriffo brutale:
lo spirito “alto” è l’aguzzino peggiore.

La via di soluzione è quella di “tornare come bambini” cioè al puer porcuscorpus con la sua avanzata facoltà formale di elaborare, restando sulla terra, ogni contenuto nonché mezzo della terrena sensibilità.

Gli eremiti delle origini stavano nel deserto, come i beduini (diciamo così):
tra beduino ed eremita non c’è contraddizione, però c’è un passo.

Un eremita non ha moglie né figli, il che non gli preclude la paternità e l’umanità al maschile o al femminile secondo i due versanti della differenza sessuale:
noto che non ho detto secondo i due sessi, fissati nella loro “ità”.

Su queste pagine ho valorizzato il posto di eremita:
l’analista è eremita in uno spazio a due posti.

Anche l’amante.

Freud era e resta fonte di moralità.

Milano, 4 luglio 2007

 

THINK!

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