“NON CI SIAMO!”, A BERLINO

Sabato domenica 14-15 luglio 2007
in anno 151 post Freud natum

 

[In clima di rilassamento da vacanze, anticipo a venerdì l’articolo di sabato-domenica.]

Lettura di:

S. Freud
Per la storia del movimento psicoanalitico
OSF 7

Rispondo a un’eccellente questione di Raffaella Colombo, formulata in occasione di un imminente viaggio di alcuni di noi a Berlino per partecipare al Congresso internazionale dell’IPA (International Psychoanalytic Association).

Per evitare lungaggini nel ricostruire il contesto della questione, informo solamente che essa riguardava il nostro esserci tenuti fuori da Associazioni psicoanalitiche come la SPI anzitutto (Società Psicoanalitica Italiana), cui pure avremmo avuto non difficile accesso, per invece costituirne una nuova (capace di non finire nello sbandamento giuridico della psicoanalisi mondiale, in opposizione alla posizione di Freud).

En passant segnalo che, nello scritto suggerito sopra, Freud fa il Papa, per poi progressivamente congedarsene.

La storia del Movimento psicoanalitico in questo 2007 è riassumibile nella frase:
“Non ci siamo!”,
cioè restiamo al di qua di Freud e della psicoanalisi in quanto freudiana (era già il giudizio storiografico di J. Lacan).

Dire questo non è obiezione, meno ancora ingiuria, né presunzione o sufficienza, è semplice realismo, e sarebbe irrealista chi scagliasse la prima pietra, anche solo un sassolino.

Non ci siamo quanto al pensiero, e a Freud come il primo amico del pensiero (individuale, che altro?)
Pensiero è ciò che fa reale il reale:
il corpo è morto cioè non più reale quando si è separato dal pensiero, anche pochi secondi dopo (il body, non il corpse o cadavere, è reale);
vita è pensiero, mentre “vita e pensiero” è derealizzante in nome di un realismo volgare.

Il pensiero è lo habeas corpus fondamentale.

Per “esserci” occorre il senso (intrinseco) del disegno freudiano, quello di una distinzione analoga (generica analogia) a quella tra relatività generalizzata e relatività ristretta, ossia tra il pensiero e questo stesso pensiero resuscitato nella norma o regola fondamentale della psicoanalisi.

Sono psicoanalisti, indipendentemente dall’appartenenza associativa, tutti coloro:
1° che riconoscono la psicoanalisi come freudiana, 2° che lavorano col divano, 3° che, su quel divano, ci sono stati loro prima dei loro clienti.

Le Associazioni psicoanalitiche non sono Istituzioni (di cui ho la migliore delle opinioni), non ci siamo:
ciò non rende disdicevole né sconsigliabile farne parte con la modestia del “non ci siamo”, in specie quanto all’uscire dalla privatezza (tanto giuridica quanto come dimensione dello spirito).

Mi avventuro a dire che nessuno più di me desidera che la psicoanalisi, se “generalizzata”, passi a istituzione, il che non è e, temo, mai sarà.

Certo, ci sarebbe bisogno di un’istituzione a difesa del pensiero come istituzione:
cioè un’Avvocatura di cui il mondo manca, anche solo nella forma povera dell’avvocato d’ufficio.

C’è stato un tempo in cui vagheggiavo, in spe contra spem, che una tale istituzione a difesa del pensiero potesse essere (quella) cristiana, ma i fatti mi contraddicono, e più in tempi recenti che in tempi lontani, in cui la rimozione ha preso subito preso il sopravvento (ma resto, in spe contra spem, con Nicea: “genitus non factus” e “procedit”).

Ammetto senza vergogna che il pensiero di Cristo mi ha fatto sperare.

Nella mia vita odierna non ho altro fare che lavorare, lavorare quotidianamente la lingua cioè la vita quotidiana mia e di tutti.

Milano, 14-15 luglio 2007

 

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