LA FORZA DEL DESTINO

“Destino” è una parola che non mi è mai piaciuta, oggi posso dire perché.

La forza del “destino” è quella di dare un nome a una causalità che non esiste, fingendo una scienza occulta.

Essa disconosce il fallimento, e nega la pensabilità della soddisfazione.

Il fallimento, indesiderabile, ha pur sempre del buono come ne ha il delitto, pure indesiderabile:
nel delitto c’è premeditazione cioè pensiero, imputabilità ossia la migliore delle buone notizie perché significa che comunque c’è stato atto, non pura impotenza;
nel fallimento c’è precedenza dell’almeno pensabilità della riuscita, non pura impotenza di atto e pensiero (che è atto).

Non c’è destino in nessuna delle due versioni di esso, da dietro o in basso, da davanti o in alto:
che trovano perfetta sintesi nella nota espressione popolare o triviale “Mi tira!”

Da secoli faccio osservare che non ci sono mete dettate da istinti, semplicemente perché non ci sono istinti (sessuali, di conservazione individuale):
conosco credenti più scandalizzati da questa negazione che da ogni altra.

Per decenza sorvolo sull’idea pornografica di un’attrazione dall’alto.

La soddisfazione, o conclusione discorsiva, o meta del moto, se è è un business:
naturalmente ci sono anche cattivi affari, o affari fallimentari.

Si congiungono soddisfazione, meta, riuscita, logica:

una congiunzione ancora mai riuscita alla… Logica, che resta in fame d’aria.

Non c’è “destino” come sinonimo di meta di un moto, se non nel caso di una frase iniziata da uno e conclusa da un altro, e in quanto frase di un’azione, e un’azione senza contraddizione ossia come azione possibile, cioè potente non impotente:
logica è anzitutto una frase a due posti, aristotelicamente impensata (è una tale frase l’“amore”).

Il presente articolo è preceduto da quello del 5 giugno 2007, “L’ordine di un altro”.

Se applicassi alla psicoanalisi la parola “liberazione”, lo farei per ravvisarvi la possibilità di una liberazione dalla Teoria del destino.

Meraviglia a dir poco che dei cristiani abbiano potuto fissarsi sulla Teoria del destino:
se io cristiano dovessi concludere – ma non è la mia conclusione – che il cristianesimo fa destino, mi sbattezzerei per la contradizion che nol consente.

Milano, 11 luglio 2007

 

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