A COSA SERVE UNA DONNA

Una donna non serve a niente.

Ma non penso che si capisca ciò che ho detto, da millenni:
non ho fatto una constatazione, né formulato una legge (anzi le donne servono fin troppo, a sfavore loro e anche mio che ho la ventura – non ho scritto sventura – di essere un uomo):
invece ho detto un auspicio, una voce del desiderio.

Quando una cosa serve a qualcosa – ed è proprio questo a farla “cosa” – serve o all’uso o allo scambio, ambedue “valori” dell’economia classica:
nel primo caso si tratta del solito cic-ciac che, quando funziona, termina con l’orgasmo (non dovrebbe sfuggire l’implicito prostituivo di questo servire, anche nelle migliori famiglie c’è economia di scambio anche quando non traspare, come nel Diritto di famiglia di Kant);
nel secondo caso abbiamo la prostituzione propriamente detta, in cui la donna si scambia con del denaro (che il cliente termini o no come sopra è affar suo).

Se invece non serve a niente, allora cominciamo bene, o come si dice “cominciamo a ragionare”.

Perché così si cambia ragione o regime, quello della con-venienza, o com-piacenza, con profitto o frutto, senza perdita.

Il frutto è quello che risulta da una compagnia per il profitto, la cui mancanza fa la Miseria delle nazioni (un libro con questo titolo smithiano non è ancora stato scritto, io cerco di scriverlo da anni).

Un’infamia dei secoli sta nel pensare i bambini come frutti, fructus ventris.

I bambini non sono frutti, altrimenti si ricomincia da capo come con la donna:
uso o scambio, mangiarli o venderli.

I bambini aut sono frutti aut sono eredi, che né si mangiano né si vendono se non nel “proletariato”.
a un mese dalla nascita, l’erede è già adulto, come sa qualsiasi Tribunale.

Ricordo quella brava battuta di Bucchi di parecchi anni fa, in cui compare un Berlusconi sogghignante che dice:
– Questi comunisti io non li capisco: perché si ostinano a mangiare i bambini, quando si possono benissimo vendere?

Quasi nessuno capirebbe che sto anche criticando la metafisica e ontologia seicentesca, con la donna come caso particolare di “ente” o “cosa” ontologica, avente come necessario destino il “valore”, poi distinto in valore d’uso e valore di scambio, pornografia metafisica.

In questa ontologia, anche Dio finisce p…na (ciò è già stato scritto, non dico da chi: “Gott ist eine Hure), non fosse che come p…na scopica, contemplativa, con logico destino perverso (feticistico).

Con la mia compagna mi potrò all’occasione, e senza obiezione reciproca di alcuna specie, permettere dei lussi – la moralità sta già tutta nell’essermi compagna per il frutto -, compreso “quello”, anche se nessuno capisce il “quello” fuori dall’uso o dallo scambio ossia dalla prostituzione.

La lussuria è nemica del lusso anche sessuale:
la lussuria è robetta, tutt’al più si “eleva” da proletaria a piccoloborghese.

Solo la Regina di Saba potrebbe chiamarsi “ancella” di Salomone, senza umiliarsi ossia senza perdere in sovranità.

Potrei ricominciare da capo ripartendo dalla domanda “A cosa serve un uomo”, una domanda che agli uomini non piace, anzi non gli viene neppure in mente.

Dei sessi importa solo la differenza, non il versante.

Da millenni affermiamo il versante negando la differenza.

Milano, 20 luglio 2007

 

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