MADONNA

Una recente conversazione con persone al di sopra di ogni sospetto fideistico, ha occasionato questo appunto complesso.

La Madonna, così dicono, piace a tutti, credenti e non credenti, cristiani e musulmani, e aggiungo anche ebrei:
ma è meglio pensarci due volte.

Ne connoto la personalità (concetto pubblico) scegliendo tre episodi salienti, tra i peraltro pochissimi,  del racconto evangelico assunto semplicemente come racconto:
1° quello iniziale noto come “Annunciazione”:
in esso questa giovanissima al massimo dodicenne (all’epoca non si amava perdere tempo), gode di una duplice facoltà:
a. nell’ordine deliberativo o volitivo:
in una decisione della massima importanza – per sé, per l’umanità, per l’Altissimo – decide tutto da sola, senza consultarsi con nessuno (genitori, saggi, autorità diverse, né con il fidanzato-sposo):
insomma bella autonomia, aveva corpus senza aspettare lo storico habeas corpus;
b. nell’ordine intellettivo, o della capacità di intendere oltre la precedente capacità di volere:
essa si giudica all’altezza di intendere che si tratta proprio dell’Altissimo, non di un’allucinazione, né di quel cialtrone di Giove che ogni tanto scendeva in terra a  dragare ragazze.

Come ha fatto? (ora non rispondo, ma lo farei per paragone con Rebecca sontuosamente interpellata come candidata allo sposalizio con Isacco).

Senza una tale facoltà sarebbe solo una piccola pia scema di paese, psichicamente soggiogabile a dare l’utero in affitto a un Giove casto sì ma non meno cialtrone, e inservibile per i posteri (credenti e non credenti).

Cose da sbattezzarsi!, e in effetti si sono sbattezzati in molti, e non è escluso che quelli che restano ci stiano pensando (di fede mi intendo, e in giro ne trovo poca, anche nei “migliori”).

2° prendo come secondo episodio quello che narrativamente viene terzo, noto come “Nozze di Cana”.

In esso lei, in casa d’altri, si arbitra di dare ordini alla servitù:
salvo interpretare il fatto come rozza arroganza, resta l’idea che in quella casa era riconosciuta come donna di alto rango (“Madonna”), più del figlio che per il momento restava ancora in ombra.

3° il terzo episodio viene cronologicamente a mezza strada narrativa:
è quello in cui il figlio dodicenne ha appena compiuto il suo primo atto pubblico (“Gesù fra i Dottori” ossia l’esame di Dottorato), e lo ha fatto in piena autonomia (come già la madre in 1°) senza neppure avvertirne i genitori, sparendo dalla loro vista (sottolineo vista).

Qui si produce l’unica pecca di questa donna tentata dalla Madre Ideale, il Serpente dei serpenti:
che rimprovera il figlio, con il drammatismo isterico dell’inquietudine o del recitativo dell’angoscia, di non averli avvertiti (al plurale perché è presente anche il padre).

E allora Gesù replica con una di quelle piazzate mozzafiato in cui era specialista:
“Provateci ancora una volta e vi tolgo il saluto!”, papale-papale.

D’accordo, poi il testo cerca di salvare capra e cavoli dichiarando che in seguito si è comportato da bravo figliolo.

Ma è chiaro che da quel momento non c’era più “mamma” (e chissà da quanto tempo prima).

Non male questo figlio che rimette al suo posto la mamma, per il semplice fatto di ricollocarla come donna (di solito occorre una lunga analisi, quando va bene).

Riprendo dall’inizio:
così rivisitata, la Madonna vi piace ancora?:
anzitutto se privata del rappresentare per l’Umanità la Maternità ideale?, sostituto di una pratica incombenza pro tempore.

Confesso che già nella mia infanzia la Madonna-Madre ideale mi stava sullo stomaco (parlo di stomaco sintomatico), ma non osavo dirlo, anzi neppure pensarlo.

Qui inizierei un lungo capitolo se non libro sulla storia della nevrosi in era cristiana:
che è anche una storia di padri imbelli, incapaci di contrastare la divisione donna/madre, iniquità delle iniquità:
la fissione donna/madre non è meno deflagrante delle fissione nucleare.

A sua volta il padre imbelle si razionalizza nel Padre Ideale, delirio secondario alla Madre Ideale:
il “Padre nostro” non è un tale delirio, anzi offre l’uscita da esso.

Termino senza un lungo libro, ricordando che la tradizione vuole la Madonna “bella” sì, ma come?:
per paragone con la delirante “bellezza” della natura, sole, luna, stelle, ricordate?:
“Bella tu sei qual sole, bianca più della luna, e le stelle più belle…” (anche l’utero è natura).

Ma prendere la natura a modello della bellezza è un segno di angoscia poi patologia, aperta sulla perversione:
infatti perché mai, nella natura, un verme sarebbe meno bello di un cigno o di una galassia, e questa più bella di una deiezione?

Bellezza come fecaloma cosmico: Platone, “Simposio”.

Milano, 6 giugno 2007

 

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