LA TRINITÀ DELL’IO

Io sono tre!

Ne ho parlato anzi riparlato l’altro ieri, sabato 16 giugno, nel Corso dello Studium Cartello, al termine del quale una persona mi ha chiesto di scriverne di nuovo.

Ne prendo occasione da una frase appena raccolta dal divano:
“Io sono io!”

Niente affatto, anzi peggio:
è una frase patologica, psicotica (Narciso, la più antica cartella clinico-psichiatrica).

Perlomeno, il cristianesimo è arrivato alla trinità, facendo dire a Dio:
“Io non sono (d)io, io sono tre!”, ossia almeno Dio non è monoteista.

Non disquisisco qui di identità, o di coincidenza, o di confrontabilità delle due frasi, quella di Dio e la mia.

Quest’ultima l’avevo già mostrata appoggiandomi al caso comune della lettura avvincente, come lo può essere quella di un romanzo (ma anche di altre specie di libri, ricordo i tempi di certe mie full-immersions in Kant, Kelsen, “naturalmente” Freud eccetera).

Nella lettura io sono tre:

1° sono Chi!, quello che legge, terza persona pronominale.
Ricordo il bambino piccolo che parla di sé in terza persona:
non è infantile, lo diventerà solo a patologia iniziata con oblio del Chi!:
es” è Chi! rimosso, che poi torna a casa sua sì, ma sfondando la porta.

2° sono l’Altro, che nel caso della lettura è il pensiero condensato nel libro.
Nella lettura io sono ciò che leggo.
Se si tratta di audizione di qualcuno che parla, io sono ciò che ascolto (se davvero ascolto, evenienza rara).
Ciò non necessita l’assenso, e ne do un caso estremo, quello della lettura del “Mein Kampf” di A. Hitler, che non mi ha avvinto anzi quasi subito annoiato (vi ho fatto una relazione qualche anno fa:
ma un assenso c’è sempre anche nel massimo dissenso:
è l’assenso al mio avere finalmente afferrato il di che si tratta, cosa poco comune: chi ha veramente afferrato l’essenza del Nazismo?)

3° sono quell’io che procura, a mo’ di Procuratore legale o Avvocato, le condizioni della lettura:
il libro anzitutto, e le circostanze favorevoli alla lettura, oltre a togliere in contraddittorio quelle sfavorevoli:
per il resto, come io mi metto poi onestamente a riposo in un ozio virtuoso.
meno l’io agisce, meglio è.

Tralascio ora di trattare della coscienza (nella sua distinzione dall’io) come Notaio (ne ho già scritto) che, dopo la sua momentanea funzione notarile ossia pubblica, nel sano fa come il mio gatto mentre leggo, ossia le fusa, che non mi disturbano affatto, anzi.

Questa trinità è il Pensiero di natura:
invece della patologia di io-es-superio (e anche: invece della patologia di inconscio-preconscio-conscio), la trinità di Chi!-l’Altro-io, cioè un pensiero con un solo orientamento:
non contraddittorio né conflittuale, non in guerra nemmeno nella guerra, non diviso tra pensiero-“inconscio” e pensiero-“coscienza”.

La guarigione – salute-salvezza – è il passaggio a questa trinità.

Per decenni abbiamo recitato litanie psicologiche – et patatì et patatà -, tra le ultime quella del self:
dove avevamo la testa?

La psicoanalisi è riscatto della testa, o la sua redenzione:
non c’è redenzione senza redenzione della testa.

Milano, 18 giugno 2007

 

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