IN PACE CON LA COSCIENZA?

Istruiamo noi stessi istruendo un processo contro una frase che nell’ingenuità senza innocenza abbiamo creduto buona:
“In pace con la propria coscienza” (morale s’intende).

Quando è con la coscienza che si deve e anzitutto essere in pace, ciò significa dover fare pace o patteggiare con un cane che ringhia – che non solo abbaia ma morde – a protezione della censura, e rende così in-conscio cioè non-sdoganato l’“inconscio”, che è solo il nome di un sapere esiliato (“pietra scartata”) e non ammesso al rientro.

Ecco l’imputazione processuale alla coscienza presuntuosa, e delirante, designata da quella frase:
è imputazione di menzogna, falsa testimonianza:
essa mente sulla pace, perché la vuole come pace con “lei” anziché come pace tout court, che significa pace con i simili, con il corpo, con il cibo, con i libri, con i sessi:
e il test della pace è il frutto o benefìcio,
il frutto, non la sedazione dell’angoscia, che si ottiene anche con gli psicofarmaci (ancora abbastanza onesti), con gli stupefacenti, e con la guerra (in guerra dolore e morte sono psicofarmaci dell’angoscia).

Le esazioni ringhiose della scrupolosa coscienza non amano il frutto, ma solo povertà, sofferenza, masochismo, sopravvivenza, rassegnazione.

Il più scrupoloso dei professionisti è il torturatore.

La coscienza, per non essere un puro nemico, è lei che deve mettersi in pace con il frutto, pace economica:
per questa via la coscienza sarà in pace o “in regola” con me, e poi io con lei ma solo a questo punto finale, non iniziale (la violenza è nell’inversione dei tempi).

Il test che la mia coscienza è in regola, è il paragone che ne ho fatto con il mio gatto:
quando leggo, lavoro o altro ancora, fa le fusa, non disturba (al più salta sul letto mentre sono in tenera compagnia), e non dà consigli:
io so già che fare, mentre la coscienza che consiglia non ama il sapere:
uno dei peggiori interventi clastici della coscienza si ha quando impone la domanda “Che fare?” a chi già sa che fare, o impone una questione di scelta a chi è già in moto.

C’è quella battuta attribuita a Andreotti in un’intervista:
Domanda: – Come la mette con la Sua coscienza?
Risposta: – Non saprei, non la uso mai!

Qui l’umorista è molto benevolo verso Andreotti:
ne fa uno psicoanalista. (che ovviamente proprio non è).

Non c’è nessun rapporto tra amore e coscienza, perché l’amore comporta il sapere (ciò che l’amante non perdona è solo l’ignoranza dell’amante).

La coscienza, è lei che va messa in pace, quella pace su cui è una vera incosciente, incompetente.

Milano, 26 giugno 2007

 

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