IL GOVERNO E I ROSARI DEI BRIGATISTI

Fin dall’antica Roma l’Italia resta il primo paese al mondo – almeno nel rappresentare al mondo le difficoltà di questo -, specialmente per le sue catastrofi:
ma non ho un’idea necessariamente catastrofica delle castrofi (“catastrofi” matematiche a parte).

Parto dalla vignetta di Ellekappa di Repubblica 7 giugno – in occasione di Governo qui Governo là, Guardia di Finanza, squallori camerali eccetera -, l’indomani di un imbarazzante indecoroso dibattito parlamentare privo di parlare sia pure polemico, puro qua-qua su ambedue i fronti:
essa può servire se presa bene (non melanconicamente cioè tutti contro tutti, guerra civile):
– Un giorno questo polverone che avvolge il Paese si diraderà.
– E allora potremo finalmente vedere se esiste ancora il paese.

Un Paese esiste se ne esiste la rappresentanza.

Il freudiano che sono sa che un corpo esiste se ne esiste la rappresentanza (Vorslellungs-repräsentanz), non la rappresentazione:
ecco ciò di cui non si vuole sapere da millenni.

Io associo, freudianamente, le due rappresentanze, di comunità e di corpo individuale.

Lenin aveva predetto l’estinzione dello Stato (“Stato e rivoluzione”), ed è difficile dargli torto.

Il terrorismo BR è puro fideismo mistico nell’esistenza inestinguibile dello Stato:
io lo condannerei, invece che all’ergastolo, a recitare dieci rosari al giorno.

Dello Stato trovo ragionevole sostenere, nel senso di darle sostegno, l’esistenza:
sono per la “concezione giuridica dello Stato” kelseniana, senza distinzione tra Stato e Diritto:
non è lo Stato(-diritto) a sostenere me, sono io che lo sostengo, sapendolo o non sapendolo.

Torno al mio adagio di trenta anni fa:
“Il buco tra l’impotenza e la prepotenza non è mai stato colmato” (“La tolleranza del dolore: Stato, Diritto, Psicoanalisi”).

Poteri forti?, deviati?:
ma no!, la domanda è se esistono poteri, ossia qualcuno che può qualcosa, salvo la ripetizione coatta di prepotenze e impotenze già note.

La guerra stessa non è più espressione del “Potere”, ammesso che lo sia mai stata:
anziché disquisire ancora di guerra giusta o ingiusta, bisognerebbe parlare di passaggio dalla guerra dell’impotenza alla guerra della prepotenza.

Quando un individuo si pone queste domande, diventa istituzionalmente pari alle Istituzioni.

E ciò perché diventa capace della massima questione:
quella dell’affidabilità.

Milano, 8 giugno 2007

 

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