VITA PSICHICA COME VITA GIURIDICA

Che “la vita psichica è vita giuridica”, come da tempo asseriamo, è facile da sapere (fin da bambini), non è da capire: che la si deva spiegare è già segno di uno screzio patologico.

Siamo stati abituati male da millenni a pensare in termini di relazione tra le parole e le cose:
la relazione che primariamente fa la lingua è quella tra le parole e gli atti.

La lingua esiste a livello delle frasi: le parole sono frasi e le frasi sono atti.

Non esistono frasi neutre (“universitarie”): faccio seguire una lista di getto, non ordinata, rivedibile, completabile, suddivisibile per categorie:
amichevoli, ostili, produttive, distruttive, orientanti, disorientanti, inclusive, esclusive, edificanti, scandalose, censorie, deprimenti, eccitanti, mobilitanti, vocative, istruttive, arricchenti, impoverenti, rimuoventi, neganti, rinneganti, offensive, difensive, omissive, dissolventi, assolventi, dichiarative, testimoniali, inquinanti, predittive, puriificanti (con equivoco eventuale, vedi Kant), moralizzanti (idem),  banalizzanti, consumabili, organizzative, pedagogizzanti, istituenti, imperative, normative, impegnative, promissive, approvanti, promuoventi, inibenti, istiganti, condannanti, oranti, piatenti, teorizzanti, idealizzanti, noiose ossia annoianti (come il depresso è deprimente ossia attivo), amorose con equivoco eventuale ossia il più grave dei delitti:
“Eros” è il nome mitico per una frase distruttiva del pensiero, con l’effetto di fare “perdere la testa”.

L. Austin è celebre per un libro dal titolo “Come fare cose con parole” (How to do things with words), ma ha trascurato-censurato la domanda più semplice e drammatica: “Come fare azioni con parole” (How to do acts with words).

Una frase altamente patogena, se attecchisce, è: “Tra il dire e il fare…”.

Il primo delitto è linguistico.

Aforisma istantaneo: un amico del pensiero non ha figli malati:
l’amore inizia e prosegue con la cura del dire (quasi inutile aggiungere che non è questione di buone maniere).

Ciò è altrettanto vero per la frase o le poche frasi cui è riconducibile un lungo discorso, anche speculativo:
mi riferisco all’intera storia della filosofia: Platone è mio imputato, non semplicemente uno con cui non sono d’accordo in dotti Simposi.

La frase che distingue Filosofia da Psicologia, Ragione da Pensiero, interiore da esteriore, alto da basso, ragione da emozione, ragione da istinto, affetto da emozione, …, è imputabile.

Dio stesso è mio imputato, anche quando la mia sanzione è la gratitudine.

È già atto la premeditazione della frase come atto.

La frase riconosciuta come atto apre l’universo come universo dell’imputabilità, o l’universo giuridico del linguaggio.

In questo il Giudice è l’iniziale parte lesa (oppure beneficiata), terzo tra le altre due parti, l’imputato e l’universo come Giuria.

La Psicoanalisi, e prima ancora il Pensiero di natura come quello che la istituisce, fa del soggetto un’istituzione giudicante:
ripeto: solo chi giudica può perdonare, inversamente la vendetta è lacuna del giudizio.

Milano, 21 maggio 2007

 

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