LO HABEAS CORPUS FREUDIANO

Ho una nuova occasione per tornare su “Il pensiero di natura: dalla psicoanalisi al pensiero giuridico”, perché questo libro (Sic Edizioni) sarà presentato mercoledì 30 maggio alla Libreria Feltrinelli-Duomo di Milano alle ore 18 dall’Avvocato Giuliano Spazzali e me medesimo.

Avrò anche l’occasione di presentare tale pensiero come lo sdoppiamento, reso possibile da Freud, di quel nuovo Principio, progredito tra storia medioevale e storia moderna, che è noto con il nome di Habeas corpus, solennemente affermato nello Habeas Corpus Act inglese del 1679, poi nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo dell’Assemblea Generale delle  Nazioni Unite del 1948, e passato in tutte le Costituzioni occidentali.

Ho appena parlato di questa nuova formulazione del pensiero di natura al Corso dello Studium Cartello dello scorso sabato 19 maggio, in quanto né “diritto naturale” né “diritti umani”.

Vero, nello Habeas corpus si tratta del principio di inviolabilità personale, di garanzia delle libertà personali del cittadino assicurate costituzionalmente.

Ma Freud si accorgeva, e noi con lui, che per habere corpus ci vuol altro che lo Habeas corpus: il corpo resta ancora “corpo vile” (ricordo l’espressione “in corpore vili”) se non è il soggetto stesso a farsene il Costituzionalista in relazione all’universo, con proprio benché mite potere giuridico.

É quello stesso Freud che, grato per l’accoglienza ricevuta in Inghilterra nel 1938 che lo scampava dall’annessione dell’Austria alla Germania nazista, scriveva (in “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”) che sì, certo, nella libera magnanima Inghilterra era libero di parlare e scrivere (reden und schreiben), ma aggiungeva:

“quasi dicevo: pensare ”
(bald hätte ich gesagt: denken),

pensare cioè: avere corpo.

Milano, 28 maggio 2007

 

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