“LA LINGUA BATTE…”, E LA MEMORIA

Segnalo un errore comune e tenace:
non c’è una sola memoria, ce ne sono due: una è quella della lingua che batte proprio e solo perché il dente duole, poi ce n’è un’altra.

La prima è quella, rimuginativa, ossessiva, compulsiva, di ciò che è andato male:
esempio comune e perfino banale: lo studente rimugina sull’esame andato male, mentre ricorda sì ma solo contingentemente e non compulsivamente l’esame andato bene.

L’altra è quella di ciò che è buono o andato bene (è la memoria del “principio di piacere”, con nulla di istintivo, naturale o “profondo”):
si rimuove non il male ma il bene: nella patologia se questo ricomparirà come memoria, sarà sotto luce di male (sogno d’angoscia, incubo).

La memoria della lingua che batte è uno dei migliori mezzi di autodiagnosi di psicopatologia.

Questo errore accade nella vita personale, nella storiografia, nella narrativa, nei discorsi politici.

Ma c’è un nuovo passaggio da fare: la lingua che batte, non batte sul male subìto ma sull’errore agito:
non odio chi mi ha ingannato, ma chi io ho ingannato; non chi mi ha fatto del male ma chi ho danneggiato.

La rimuginazione, la compulsione, nega l’imputabilità, ne prende il posto:
il riconoscimento di questa soltanto assicura la guarigione cioè la pace: ecco il significato di “guarigione”, o salvezza-salus: non concedo più nulla alla distinzione spiritualistica tra salvezza e guarigione, distinzione che definisce lo spiritualismo con le sue masse di cadaveri giustificati.

Una canzonetta milanese (“Porta romana”) dice che “resta [in memoria, ndr] la fregatura del primo amore”, per negazione della propria imputabilità nelle malefatte di Eros (“perdere la testa”, “colpo di fulmine”): quantomeno l’imputabilità del giudizio “Ci sono cascato!”

Ma il “primo amore” non è la ragazza: è la madredonna come si dice (male) “madrelingua”.

La vendetta ha come matrice il medesimo errore, penso al più celebre film sulla vendetta “C’era una volta il West” di Sergio Leone:
l’“eroe” vendicativo dedica rimuginativamente, ossessivamente, vent’anni alla vendetta, e alla fine butta via, oltre ai vent’anni, donna e ricchezza.

Si ricordi l’immagine filmica di lui bambino con sulle spalle, pesante, incombente, il grande fratello, maestoso, forte, eroico benché vittima:
questo bambino è un Caino che odia il grande fratello, ma poi devia l’odio sull’assassino del fratello: non si giudica come imputabile (magari avendo valide ragioni).

Il perdono (che è esaltazione del giudizio con caduta della sanzione) è addirittura buon senso, per non gettare la propria vita.

Se gli porgo l’altra guancia, e quello ci casca, è perduto!

Milano, 12 aprile 2007

 

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