EREMITA, ISTITUZIONE DEL PENSIERO

Domenica 1 aprile 2007
in anno 150 post Freud natum

 

Lettura di:

S. Freud
Discorso al Bnai Brith
OSF 10

Rinvio alla Home page, parte intitolata “Eremita e operaio”.

In questo Discorso Freud dichiara di essere duplicemente grato all’Ebraismo: qui ne sottolineo il secondo motivo, l’averne tratto la capacità di essere “sempre pronto a passare all’opposizione e  a rinunciare all’accordo con la ‘maggioranza compatta’ ”.

A questa frase ne associo un’altra: “Per aderire alla teoria psicoanalitica bisognava avere una notevole disponibilità ad accettare un destino al quale nessun altro è avvezzo come l’ebreo: è il destino di chi sta all’opposizione da solo” (“Le  resistenze alla psicoanalisi”, OSF 10).

All’una e all’altra mi sono sempre riferito: ora ne accenno qualche sviluppo.

É palese che “solo” e “opposizione” in Freud non hanno a che vedere con il barricadero o l’anarchico, e in generale con qualche disordine: il disordine egli lo trova massicciamente nella psicopatologia come nella Civiltà, “Disagio della Civiltà” potrebbe tradursi anche “Disordine della Civiltà”.

Freud è uomo d’Ordine, ma appunto: quale?, e non è nella natura che lo cerca (cioè nella morte, o nell’entropia che significa fine del lavoro).

É lui stesso a dichiarare che il compito della psicoanalisi è un lavoro di Civiltà (Kulturarbeit, ma non discetto ora di Kultur e Zivilisation).

Quanto alla “maggioranza compatta”, non è della maggioranza democratica che Freud parla, bensì di quella maggioranza che è compattata dalla Teoria: il presente Discorso è del 1926, e da lì a pochi anni si sarebbe imposta all’Europa e al mondo la maggioranza compattata dala Teoria del Nazismo.

“Solo” non significa neppure ritiro “eremitico” in quel significato che è tanto gradito appunto alla maggioranza compatta.

Significa invece una posizione: quella di un Giudice dalla giurisdizione illimitata benché con poteri limitatissimi: è a partire da ciò che abbiamo inventato il “Tribunale Freud”.

Quanto ai poteri, bisogna riconoscere che anche quelli del nostro mondo sono molto limitati, violenza a parte: sul “potere” – lo rendo manifesto da anni – l’oscurità è massima (se i “Potenti” dovessero contare sul loro potere si suiciderebbero in massa).

Freud è un uomo che si è fatto Istituzione: senza attendere i “diritti umani”.

Anche Giobbe si è fatto Tribunale, come ho dimostrato.

Ecco l’“eremita” di cui parlo.

Non voglio dilungare, e solo per questo non mi fermo sul “giusto” nei millenni.

La figura o meglio vocazione dell’eremita risale ai primi secoli dell’era cristiana.

La sua fioritura iniziale è durata poco, sia per ostilità della maggioranza compatta che per autodigestione.

L’eremita è stato una formidabile occasione sprecata: la stessa dottrina dell’amore non sarebbe finita così male (oblativa o nevrotico-ossessiva), se le sue incipienti possibilità fossero state esplorate, ma c’è stata subito censura (su eremita e amore).

Dunque: Freud eremita.

Anche Leopardi è stato recentemente definito così (“Eremita dell’Appennino”): non il Leopardi stupidizzato come il lirico disperato (che poi trova il solito Dio-occulto-scemo infinito che lo salva).

Milano, 1 aprile 2007

 

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