CREAZIONE INTELLIGENTE, O L’IPODOTATO DIVINO

[Riprendo pubblicando il § 3° di “Istituzioni del pensiero”, breve saggio-manifesto che introdurrà l’imminente Rivista omonima dello Studium Cartello].

Superati i colonialismi, perdura il Colonialismo antico e moderno: quello sull’uomo, cioè l’avversione alla sovranità individuale ossia all’individuo o al pensiero come istituzione legislativa, e come tale capace di confrontarsi senza minorità con le Istituzioni.

Ora un’allegoria, o parabola.

Passiamo, solo per un momento come puro espediente espositivo, per il dibattito creazione/evoluzione per il quale alcuni al mondo vanno pazzi.

Concediamo pure tutto al creazionismo come ipotesi di lavoro:
Dio ha creato la natura.

Ma questo è un problema, non per noi ma per Lui:
infatti la natura in sè è una banalità, dunque fin qui non potrei prenderlo sul serio neppure se mi comparisse davanti in tutto il suo igneo splendore ossia come fenomeno da baraccone (per esempio il vulcano di Tolkien):
ma, a giudicare da certi testi biblici (non dai Greci), se egli esiste un idiota non deve essere (se fosse un “assolutamente Altro” sarebbe un perfetto idiota, e un idiota perfetto non ha esistenza).

Una bella stellata, se la apprezzo, altro non è che un arredo del mio terrazzo la sera, tanto quanto i vasi di fiori e il mio gatto:
prenderla come segno di una presenza superiore ne fa un segno sì, ma di infantilismo nostro (non quello dei bambini), ed è uno dei casi in cui somministrerei il Litio per sedare i furori teo-maniacali.

Un Dio così non potrei ascoltarlo, ma solo onorarlo ugualmente come farei con un padre malato del morbo di Alzheimer, in obbedienza al Quarto comandamento (“onora il padre e la madre”).

Qualcuno dev’essersi accorto che qualcosa non andava nella banalità dell’onnipotenza creativa, e ha proposto un nuovo concetto:
Dio ha creato sì, ma con un “disegno intelligente”.

Concediamo ancora tutto, ma con la domanda: quale “disegno intelligente”?

Passate in rassegna tutte le possibili risposte, al mio esame ne è rimasta in piedi una sola.

Che il settimo giorno abbia riposato, può significare soltanto l’unico significato del riposo: quello di lasciar fare ad altri (l’insonne è un Atlante che vuole reggere il mondo da solo).

Come ha fatto?: lo dice il Libro della Genesi.

La risposta è davvero semplice, a partire dall’osservazione che tutti gli enti naturali sono dotati o equipaggiati di proprie leggi di moto, fisiche o biologiche (dette “istinti”):
loro non devono né possono metterci proprio niente.

Ebbene, eccolo il colpo di genio, o meglio di intelligenza, divino:
arrivato al momento di porre quell’ente che poi distingueremo come “uomo” solo grazie a ciò che sto per dire, egli ha interrotto l’opera di dotazione creativa, lo ha fatto ipodotato, insufficiente (con un linguaggio ancora recente: lo ha fatto non narcisistico).

L’intelligenza divina sopraggiunta alla creazione banale ossia non intelligente, sta proprio nel fatto di averlo creato incompleto, privo di mezzi precostituiti per arrivare in porto ossia alla meta (il Ziel freudiano):
così facendo, anzi non facendo, lo ha dotato di un felice difetto di dotazione, di una felix non culpa bensì lacuna:
non essendo equipaggiato di leggi di moto date in natura, deve pensarci da sé con un lavoro legislativo: è questo il significato, secondo me, del biblico “dare nomi alle cose”, o della lingua come ordine giuridico o legislazione.

Legislazione, non tecnica: ma su questa cripto-allusione tanto platonica quanto tardomoderna (Heidegger tra altri) dovremo tornare (i nostri anni e decenni vivono di questo equivoco).

Affinché non morissero di stenti in ventiquattr’ore, egli ha alienato loro una propria prerogativa o  facoltà come un’eredità: il pensiero (“a immagine e somiglianza”, ossia appunto un’eredità).

Intendo “pensiero” nell’unica definizione ragionevole che ne conosco (cfr.§ 1° sulla porta aperta):
esso è facoltà e facoltà legislativa, o modo di produzione di leggi in quanto leggi di moto del corpo, dotate di universalità senza di che non c’è legge.

Dall’ipodotazione nella legge naturale alla legislazione:
da una povertà alla sovranità.

J. Lacan, che in ciò che dico mi ha ammaestrato, si è però solo avvicinato da lontano a ciò che dico, parlando di “prematurità della nascita, prématuration de la naissance” dell’uomo (ispirandosi al filosofo-zoologo svizzero A. Portmann).

Ecco l’uomo come istituzione istituente.

E la freudiana “pulsione” – legge positiva, cioè posta, di moto dei corpi – fu.

Anni fa formulavo il medesimo concetto con una frase diversa: “… e Dio non creò l’inconscio” (senza confondere inconscio e pulsione), in “La questione laica”, Sic Edizioni, Milano 1991.

Ritengo che Freud, come ripeterò nel § 4°, avrebbe approvato questo mio espediente espositivo, senza per questo concedere nulla a una religione:
del resto lui stesso si prendeva per Dio senza essere paranoico.

Non nascondo il mio… pensiero:
il pensiero come facoltà legislativa autonoma – e insieme pattizia, non oppositiva né bellicosa – è l’unico mistero osservativamente presente in natura:
definisco il “mistero” come una “cosa” che non ha causa: è solo nella psicopatologia che il pensiero è causato (ecco l’“oggetto a” di J. Lacan come cause de la pensée o “cause du désir”).

So bene che la maggior parte dei miei interlocutori diretti o indiretti negano l’esistenza di un pensiero senza causa:
ne ho ricavato la conclusione che non è mai esistito nella storia della Filosofia, o della Psicologia, altro dibattito che questo.

Se Dio ha avuto il potere di creare, conservando anche nel seguito il non meno banale potere d’intervento sulla natura, si può commentare che ci ha risparmiato la fatica di produrre noi la materia precedente la materia prima, che già è frutto del lavoro ossia del pensiero.

Ipodotati, cioè privi per grazia di mezzi precostituiti per arrivare in “porto”, antica metafora platonica:
tutti calmi, fermi, sedati, o l’equivocissimo “equilibrio” tanto economico quanto psicopatologico (non conosco uno più equilibrato di uno schizofrenico catatonico, o Narciso).

“Porto-portare” è la doppietta linguistica dell’ideologia anzi Teoria istintiva, psico-fisico-biologica, di Dante, con il quale un Dio creatore non banale potrebbe solo essere in disaccordo:
Dante infatti getta l’intera esperienza anche divina nella piattezza della banalità, quando assegna istinti a tutto e tutti Dio compreso, dunque un animale superiore (con il premio di consolazione di promuoverlo poi come “infinito” rispetto al finito creaturale), anche nell’amore (Par. I, 103-120):

Tutte nature…
… si muovono a diversi porti
per lo gran mar dell’essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.

Né pur le creature che son fore
d’intelligenza, quest’arco [l’istinto, ndr] saetta,
ma quelle c’hanno intelletto et amore.

Milano, 30 aprile 2007

 

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