VENIRE-MENO: LA RAGIONE DI UNA SCIENZA

Non conosco verbo più onnicomprensivo – venire-meno – per designare tutti, ripeto tutti, i nostri inconvenienti (fatene una lista come vi riesce, purché includa la psicopatologia): veniremeno come un sol verbo.

La parola “inconveniente” saprebbe sostituire la parola “disagio” (Unbehagen) di “Il disagio della civiltà” di Freud.

Osservo che, non solo linguisticamente ma concettualmente, in “veniremeno” e “in-con-venienti” ricorre il verbo “venire”.

Il veniremeno si oppone (realmente) al convenire, cioè all’avere un luogo comune.

Essere o non essere d’accordo, mettersi o non mettersi d’accordo, non dicono bene, nel loro fare una faccenda di disputa o di mistificatorio “dialogo”: si dà soltanto essere in accordo come si dice essere in una stessa stanza, stesso spazio fisico e luogo logico.

Veniremeno è il nome del concetto semplice di tutta la psicopatologia:
alla cui base sta sempre la nevrosi, distinta in isteria e ossessione (vengono poi paranoia, e in generale psicosi, e perversione, riparleremo della “psicopatologia precoce”):
la parola-frase dell’isteria è: “s-vengo”, non solo nel senso comunemente inteso, ma anche nei sintomi fisici e nel discorso quotidiano;
la frase dell’ossessione è: “proverai a venire, ma agirò in modo che tu non possa arrivare, o restare”.

Sul divano dello psicoanalista, e ancora più nel mondo, è immensa la difficoltà a riconoscersi nell’una o nell’altra frase: almeno con divano ci proviamo.

Volendo dare rilievo all’espressione tradizionale “esame di coscienza”, la parola “veniremeno” ne designa il criterio di esame.

“Venire-meno” è una formula linguistica che non mi sembra inferiore alla formula della gravitazione universale di Newton.

Si tratta di uno dei massimi contributi alla Scienza della Psicopatologia, insieme a un altro:
ai tre termini freudiani (inibizione, sintomo, angoscia), ne ho aggiunto un quarto: fissazione, in quanto fissazione non a una persona ma a una Teoria.

Il venire-meno è la ragione della psicopatologia: con quella facciamo scienza di questa (in linguaggio kantiano: Ragion pratica).

Parlo di una Scienza comune, che tarda e, penso, continuerà a tardare: come siamo tardi!, e continueremo così.

Provo piacere a poter riassumere in tanto poche righe il lavoro di anni.

Milano, 28 marzo 2007

 

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