TUTTO IL MONDO È PROVINCIA

Dobbiamo a Freud, benché per mano mia, la definizione di “provinciale” aldilà del semplice connotato geografico (ma era lui stesso a osservare che le patologie sono “dialetti”):
provinciale è un pensiero che ne confina un altro.

Lo confina rispetto a sé stesso (non perché lo critica), come si dice “Certe cose non si pensano neppure”.

Esiste qualcuno che si salva dal provincialismo?

Più che Paese, tutto il mondo è provincia, a ogni livello: Freud resta un massimo pensatore politico.

La rimozione, il rinnegamento, la censura, lo producono: producendo danno.

Non esiste una Teoria esente da provincialismo.

Il θεωρέιν greco è provinciale.

Anche l’idea di universo in quanto fisico è provinciale.

La distinzione psicologia/filosofia, psicoanalisi/filosofia, è provincialismo reciproco.

La coppia “alto/basso” è provinciale, come la coppia “ideale/reale”.

Un tempo dicevamo “piccoloborghese”, poi ci siamo vergognati di dire ancora un po’ di verità.

La storica filosofica “coscienza”, in quanto non si lascia fecondare (Freud diceva “interpolare”) dal pensiero censurato (bene o male detto “inconscio”), è provinciale.

La libertà, dicono, non va molto lontano: ma la coatta patologia, e la coscienza in essa, fa al massimo un giretto, ossia solo un giro (ripetuto) e di brevissimo raggio.

Le stesse fantasia di distruzione, più o meno realizzate, vanno poco lontano nel loro banale semplicismo.

“La Religione” (sottolineo l’astrazione) è instrumentum regni, dicevamo un tempo: ma lo è in quanto instrumentum sedationis (angustiae cioè dell’angoscia).

Milano, 7 marzo 2007

 

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