STORIELLA STORIOGRAFICA SUL VIZIO DI FAMIGLIA

Questa storiella, o “barzelletta”, mi è stata raccontata da uno dei preti più noti, non solo in Italia, mio amico ricambiato (questo momento della sua vita me l’ha raccontato solo in un tempo avanzato di essa, prima non l’avrebbe fatto).

Sento il bisogno di mettere sull’avviso: nella sua volgarità fuorviante, la sua condensazione fa risparmiare decine di libri sulla storia della famiglia.

Faccio precedere il racconto, un po’ da osteria:
Nel primo Novecento è in corso un pellegrinaggio a Santiago de Compostela.

In una delle tappe (innumerevoli) i pellegrini, verso sera, arrivano stremati a un paesino, in cui ognuno va in cerca di ospitalità per la notte.

Ultimi, un prete e una suora bussano a un uscio, dove gli viene proposto una soffitta con due pagliericci, prendere o lasciare.

Senza scelta, i due si accomodano e si distendono.

Qualche minuto dopo, la suora lamenta:
– “Padre, ho freddo!”

Al che il prete risponde con cortese materialità, andando in cerca di una coperta che le distende addosso.

Poco dopo si ripete:
– “Padre, ho freddo!”

Il prete risponde con il medesimo affabile automatismo.

Per la terza volta:
– “Padre, ho ancora freddo!”

Questa volta il prete, prete di mondo, si desta e domanda:
– “Sorella, vuole forse dire che lei e io potremmo fare a marito-e-moglie?”
– “Sì!”, risponde la “sorella”.

Subitanea risposta del prete:
– “E allora, ma vattela a prendere te la coperta!”

Si osserva la duplice mutazione che fa seguito con automatismo non più affabile a “marito-e-moglie”:
quella del comportamento,
e quella espressiva, fino all’offensiva incuria linguistica (di cento specie: qui prevale la grossolanità, ma ci sono “finezze” non meno grossolane).

La storia di massa della famiglia non poteva venire raccontata con più deprimente efficacia.

La dice lunga, questa storiella, sull’esito generale dell’istituto famigliare, e sulla cosciente ma non critica accettazione del fatto (impotenza della coscienza).

La “tomba dell’amore” non è la famiglia – come con-iugio tra due che hanno sposato – bensì la logica delle frasi sull’amore (e sui sessi):
un coniugio degno di questo nome si fa ancora attendere (conosco eccezioni).

Ho scritto “che hanno sposato”, non che “si sono sposati” (cui segue fallimento).

Non condivido Pacs o Dico come sdoppiamento, avvoltoio di un fallimento, perversione della nevrosi: sessual-ità in due versioni.

Per fortuna la Chiesa sta ancora, come sempre fino a oggi, con la nevrosi: ma è bene sapere che la nevrosi non vince anche quando è eroica (comunque sempre meno).

Una Chiesa perversa non me la vedo: oso dire, quanto a infernalità, che “portae perversionis non praevalebunt”, ma per grazia non sua, altrimenti prevarrebbero.

Milano, 24 marzo 2007

 

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