PADRE E PSICOANALISTA (A PROPOSITO DEL “FIGLIOL PRODIGO”)

Domenica 18 marzo 2007
in anno 150 post Freud natum

 

Lettura di:

S. Freud
Psicoanalisi

OSF 10

Dio, si sa, è Babbo in tutte le religioni, anche come Manitù o Wakantanka: data l’oscurità plurimillenaria del significato della parola “Padre” (J. Lacan aveva ragione), perché non chiamarlo anche così?, predicato più predicato meno…

Chissà se vi riesce un esercizio puramente logico: quello di trattare anche “Psicoanalista” come predicato di Dio (questa sola idea innervosisce molti, ma di converso anch’io tremo all’idea che un Teologo futuro scriva un saggio intitolato “Dio Psicoanalista”!)

Questa mia omelia domenicale sembrerà rubare il mestiere ai preti, ma non è così come si vedrà in conclusione.

Inizio rettificando due tradizionali equivoci di esegesi, predicazione, arte (anche il “meraviglioso” Rembrandt dell’Hermitage in ciò ha completamente sbagliato con il suo buon papà-mamma che abbraccia), che derivano dai tradizionali errori sul significato di padre e figlio:

1. anzitutto si trasmette senza parere l’idea che quel figlio è scappato con la cassa o qualcosa di simile, ossia che ha commesso un illecito: niente di più falso, infatti il figlio si rifà a un Diritto positivo (a noi ignoto), e il padre ne conviene senza obiezioni;

2. non è affatto vero che il padre, poi, lo accoglie per gran cuore, cuore di papà: questo è solo il padre idiota, e meraviglia la costanza plurimillenaria di questa bestemmia pia.

Un breve intermezzo sulla parola “prodigo”: non può essere la traduzione corretta, perché la prodigalità, che non è nevrotica oblatività, è una virtù, fa frutto.

Dico la conclusione prima di argomentarla: questo padre è “padre” non perché è lo stupido “buono” della tradizione, bensì perché, osservato quello che c’era da osservare, nomina il figlio, finalmente figlio certo perché accertato, Presidente del CdA.

Ciò è esegeticamente indiscutibile, perché al figlio vengono conferiti:
a. vitello grasso (cerimonia ufficiale, non piatto di minestra), b. abito di gala, c. calzature corrispondenti, d. not least anello ossia sigillo: tutto ciò testimonia di una solenne cerimonia di investitura ufficiale, non di un privato atto di cuore-da-babbo-natale (cose da infarto teologale).

Ma perché questo padre – e ciò lo definisce come padre – gli conferisce ogni potere?

La risposta è scritta nella parabola, e mi ripeto: perché osserva.

Osserva che questo figlio ritorna dotato di una competenza o un sapere che prima non aveva: una competenza quanto all’errore: quale?

In fondo, questo figlio potrebbe avere commesso delle operazioni sbagliate, per esempio in Borsa, perdendo tutto: ebbene, torna con sapere finanziario.

Ma prendiamo pure la narrazione nel suo buttarla più in morale: “dissolutezza”, “lussuria”, e va bene: che significa?:
il solito: 1: prostituzione, ossia concezione prostitutiva del rapporti (anche nelle migliori famiglie), 2. cattive compagnie, ossia concezione oblativa (non prodiga) dei rapporti, cioè farsi ingannare dagli “amici” (chiunque, genitori compresi).

Ciò significa fare male i propri affari, nevrosi con dosaggi diversi, come sempre, di ossessione e isteria.

Ebbene, questo figlio torna con sapere al riguardo.

Il padre dunque fa suo il criterio di “analizzabilità” proprio dell’analista:
il riconoscimento almeno albeggiante della propria imputabilità e di quella altrui, e questo è sapere, competenza, secondo verità (nell’imputabilità il sapere è riconosciuto come verità).

Non deve sfuggire che qui l’eredità è “a babbo vivo”: “padre” non designa il vecchio rispetto al giovane.

Non c’è né padre né analista per “grande cuore”, perché questo produce solo perversi: rammento che J. Lacan diceva che “Il faur réfuser l’analyse aux canailles”.

Correlo questa parabola con quella dei talenti, o della partnership non a somma zero (ricordo l’intervento di L. Flabbi).

PS   Ho esposto queste idee al Corso dello Studium Cartello di ieri, sabato 17 marzo: mi hanno poi informato di una coincidenza “misteriosa”, ossia che nella liturgia cattolica di oggi ricorre proprio questa parabola (Luca 15), ma non credo proprio di avere ricevuto una mistica rivelazione.

Milano, 18 marzo 2007

 

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