“NON AVETE DA PERDERE CHE LE VOSTRE CATENE”

É forse il solo errore di Marx: la credenza (proprio lui!) nell’esistenza del desiderio di perderle.

Il desiderio di perdere (verbo da commentare) le proprie catene non esiste in natura, e se un giorno apparisse sarebbe un “miracolo”:
che traduco “sorpresa” senza spirito miracolistico – mentre scarto “stupore” perché questa parola non è svincolabile dagli stupefacenti -, e che, più positivamente, è un avvenimento, un “accadere psichico” nel linguaggio di Freud.

Nessuno più di noi psicoanalisti è testimone quotidiano del fatto che la caduta delle proprie catene è sentita come perdita, o anche, osservazione di Freud, che la guarigione (unico significato della parola “libertà”) è sentita come una minaccia, o una perdita (ecco il commento invocato sopra).

Si presti attenzione a chi lamenta sempre le proprie catene: la costanza del lamento le sostiene con il clangore dello scuoterle innaffiandole con fiumi di lacrime (non quelle del coccodrillo, che perlomeno ha mangiato: dovremmo inventare San Coccodrillo come il protettore dell’anoressia, ma anche della bulimia).

Le catene sono psicofarmacologiche, ansiolitiche: gli psicofarmaci sono catene che incatenano catene precedenti (ma non sono manicheo: se servono si usino, ma senza mentire in proposito).

Anche gli stupefacenti lo sono, un po’ più in là (ora non dettaglio il “là”).

Un tale desiderio – di guarigione-libertà – è trascendente la natura, come lo è la legge di moto dei nostri corpi:
non parliamo d’altro chiamandola “pensiero di natura”, e contestando l’“istinto” come delirio e menzogna teorica.

Su questo punto Marx non era così avanti come credeva nella critica della religione, e neppure Feuerbach.

A volte chiamiamo “fede” o “fedeltà” quella nelle catene: io ho una migliore opinione di ambedue.

Restiamo millenariamente indietro sui rapporti tra libertà e angoscia.

Chi vi parla di libertà separatamente dalla guarigione, come minimo vuole rubarvi il portafoglio.

Milano, 19 marzo 2007

 

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