L’AUTORITÀ DI IPSE DIXIT

“Non c’è più nessuno autorevole”: è stato dichiarato recentemente da un intellettuale degno di attenzione (lui lo diceva a proposito dell’Europa, ma io sono meno limitativo).

“Autorità” era parola già oscura in passato:
almeno i Romani antichi sull’auctoritas ragionavano meglio di chiunque altro dopo: legittimità, validità, anteriormente all’uso della forza.

Nella modernità essa è entrata in un oscurantismo peggiorato nonostante i “Lumi”, quanto alla fonte dell’autorità del dire o fare: dunque non c’è nulla di più attuale.

L’autoritarismo europeo novecentesco senza autorità – Hitler aveva autorità?, volete fargli questa concessione? –  è senza pari nella storia.

La critica moderna del principio di autorità – scambiata per le botte, l’arroganza, il dogmatismo – non aveva fatto bene i conti logici e linguistici, nonché politici.

Etimologia a parte (molto usata soprattutto da Filosofi per evitare le questioni), attaccare l’autorità in generale è anche attaccare l’autorità dei bambini, che dicono la loro in proprio, o come fonte, ossia con autorità:
“principio di piacere” – ma chi l’ha mai osservato? – significa autorità: ma continuiamo ad essere così stupidi, come già gli antichi Egiziani, da pensare autorevole il gatto ma non il bambino.

E non penso solo al bambino, ma al lavoratore (su ciò resta tutto da dire).

Non c’è, io penso, questione morale e politica maggiore di questa: con quale autorità io parlo?

Ammalare è un verbo transitivo (non c’è autoreferenziale ammalarsi): è sinonimo di esautorare, esplorato per primo da Freud.

Da un secolo almeno (con precedenti plurisecolari) si fa uso della scienza, e dell’“epi-stéme” cioè del sovra-posto o prevosto laico, per esautorare la competenza psicologica individuale:
è la  storia della Psicologia novecentesca: la scienza posta contro l’autorità del soggetto, l’unica autorità in materia di psicologia.

Nel peggiore dei casi l’individuo sarà un criminale, non un ignorante (i veri criminali se ne intendono).

L’esautorazione è precoce: questo, l’intellettuale summenzionato non lo avrebbe detto, ossia non sapeva il precedente di ciò che denunciava.

Ma già non lo sapeva l’“autorità” criticata benché male dalla modernità (ecco un esempio di “secolarizzazione”).

Ipse dixit” lo pronuncia regolarmente l’analista ogni volta che apre bocca al suo paziente parlandogli di lui (ma chi, in precedenza, avrebbe detto questo?)

Il principio di autorità non è dei potenti o dei “grandi”: esso non presuppone la distinzione piccolo/grande.

La san(t)a sede dell’autorità è individuale, anche nel criminale (capacità delittuosa).

Milano, 31 marzo 2007

 

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