IL SINEDRIO GRECO SOTTO LA CROCE

Gli Ebrei di tanti secoli fa, di uno così non sapevano che farsene, e soprattutto non volevano farsene, ed è finita come è finita: però per una volta soltanto, poi sono andati per la loro strada, drammatica e di successo allo stesso tempo.

Poi e subito è ricominciato tutto da capo, ma da un’altra parte: sotto la croce, nei secoli successivi, non ci sono stati più gli Ebrei ma i Greci.

Introduco l’idea (ma la sostengo già da anni) con il Vangelo di Marco, il più antico evangelista:
“I sommi sacerdoti con gli scribi [il Sinedrio, ndr], facendosi beffe di lui, gridavano: ‘Ha salvato altri ma non può salvare sé stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce affinché vediamo e crediamo’ ” (Mc 15, 31-32).

Mel Gibson nella sua “Passione di Cristo” condensa la scena mettendo queste parole in bocca a un Caifa come personaggio davvero ben riuscito: un capo politico-religioso che vede il successo di una lotta lungamente e duramente combattuta:
era riuscito a mettere spalle al muro Gesù, un pericoloso individuo e i suoi – ridotti infine a un gruppo di braccati -, non un profeta magari più radicale di altri e con pretese divine (un pazzo mistico in più non poteva impressionare molto): era o prendere o lasciare, a muso duro.

Nel film Caifa è una bella figura di solido e crudele militante dell’altra sponda, senza concessioni, conflitto all’ultimo sangue:
è l’unica figura del film che mi sia piaciuta, crudele sì ma fuori dal sadomasochismo che ispira l’intero film: almeno in tale figura Gibson non è stato, forse involontariamente, quell’antisemita che si è detto.

Non penso proprio che l’evangelista Marco potesse immaginare di avere narrato una scena sulla cui falsariga pochi decenni dopo si sarebbe storicamente scritta una nuova sceneggiatura con personaggi mutati: i Greci, Parmenide e Platone e tutti gli altri.

La crocifissione evangelica è stata solo la prima, non la più grave.

Dostoevskij, esperto non innocente di crimine, con il Grande Inquisitore ne aveva capito qualcosa:
che c’è un conflitto con Gesù che non è all’ultimo sangue ma all’ultimo pensiero: duemila anni di storia.

La prima crocifissione postevangelica (duratura nei secoli) è quella logica non fisica, teorica non giuridica, che è consistita in una sostituzione:
quella della rivoluzione logica cui Cristo aveva sottomesso l’“amore” – già noto fino alla nausea a tutta l’umanità -, con l’eros greco-platonico, e da parte proprio dei cristiani.

Salvo poi, excusatio non petita, sovrapporre a questo amore, inferiore e umano, un “amore” superiore e divino:
ma come è possibile che non ci si sia accorti per secoli che così si  installava l’amore nella scissione tra due amori?

Osservo che, graficamente, i due assi dell’amore, orizzontale e verticale, fanno una croce: è la croce dell’innamoramento, che qualsiasi idiota innamorato potrebbe riconoscere sulla sua pelle e nella sua angoscia.

“Dio innamorato!” è la bestemmia peggiore che io conosca, sputi e chiodi.

Il Sinedrio greco ha dato subito il cambio al Sinedrio ebraico, e con le medesime parole di Marco.

Noi psicoanalisti non legittimiamo (come fanno tutti) la croce dell’amore, fino a interrogare radicalmente significato e senso di questa parola, così come quelli della parola “Padre”.

Su amore, sessi, padre, noi cristiani siamo allo sbando, come tutta l’umanità.

Milano, 23 marzo 2007

 

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