FREUD CON GESÙ

Domenica 11 marzo 2007
in anno 150 post Freud natum

 

Lettura di:

S. Freud
Ancora: “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”, e tutto quanto
OSF 11


Sta per uscire il libro “Mosè, Gesù, Freud” presso le Sic Edizioni (dopo il Convegno con il medesimo titolo a Rimini, 20 maggio 2006): ne prendo occasione per tornare sull’“accusa” di “filocristianesimo” a Freud, e non perché io sia animato da pii sentimenti, bovini come sempre (Carducci: “T’amo pio bove, e mite un sentimento…”).

Precocemente battezzato e catechizzato, sono stato lungamente istruito nelle questioni del cristianesimo, tra le quali quella della storicità del personaggio-Gesù (un bel giorno non ne ho potuto più).

Per mia fortuna sono stato risparmiato dalla passionale foga a testa bassa dell’apologetica e, forte del prescinderne – e anche da ogni imperativo fideistico – è risultato al mio attivo un formidabile aiuto di metodo.

Ho così potuto lavorare a mente calma, non dico “fredda” né kantianamente “pura”: nessun pensiero è stato più inesorabilmente ostile al pensiero cristiano, e freudiano, che il pensiero kantiano.

Intendo che ho lavorato su una batteria di proposizioni dotate di senso estratte da quei celebri quattro libretti: ottenendo come risultato l’esistenza storica di un pensiero consistente (nel duplice significato di solido e non contraddittorio), un’esistenza posta generalmente in dubbio, anzitutto dai cristiani nei secoli.

Un pensiero non solo consistente, ma anche innocente ossia non produttivo di inganni discorsivi: i Logici non sono mai stati forti in in-nocenza, e questa è la loro brutale debolezza, diversamente dal logico Freud.

Un pensiero anche completo; e razionale – “Ragione” non è una sola: “La” Ragione assoluta ha già fatto tutti i danni -, razionale non ellenizzante, senza bisogno alcuno di prendere a prestito Ragione dai Greci.

É un pensiero metafisico sui generis, e senza una mortificante ontologia: l’ontologia se riferita a uomini e Dio, aldilà degli enti della natura e degli enti matematici, è solo un camposanto eterno (ci resta solo da contare i cadaveri storici dell’ontologia).

In un tale pensiero gli “enti” sono, d’entrée de jeu, o materie prime o forze-lavoro (il “Padre” stesso è definito nel pensiero di Gesù come forza-lavoro: “lavora sempre”) – senza possibile confusione tra esse -, e come lavoro libero non servo (per i Greci il lavoro è solo servo).

Nel Gesù-pensiero c’è finalmente scoperta dell’uomo (già biblica), di quell’uomo che invece era reso mero oggetto di fede dalla Teoria dell’anima al posto del pensiero, e del pensiero in quanto produttivo.

Tale scoperta dell’uomo (“L’albero-uomo si giudica non dall’ente-albero ma dai suoi frutti ossia dal prodotto del suo lavoro”) ha poi dovuto attendere diciotto secoli per trovare un pensiero amico, quello di Freud, che ha proseguito nella medesima scoperta dell’uomo (vedi miei scritti precedenti).

A Gesù c’è voluto molto per trovare un amico, un amico nel pensiero.

La fonte dell’imbarazzo dei cristiani (e di molti altri) verso Freud deriva non dal pensiero cristiano ma dalla Teoria greca, che nella scoperta dell’uomo ossia della sua legge di moto non ha mosso un passo (…), o peggio.

Appena morto Gesù lo abbiamo consegnato, anziché ai giuridici Romani ai teorici Greci, assai più perfidi in tecniche crocifissorie.

Ho già fatto la domanda: io freudiano sono credente?, miscredente?, cattolico? (rinvio nel mio presente Sito alla finestra intitolata “Cristiano?”).

Non faccio astuzia sospensiva e rispondo:

1° sono cristiano nel senso del pensiero di Gesù (e la mia ragione non abbisogna d’altro), a prescindere metodologicamente da storicità e fede (è l’esistenza di un pensiero a farne la storicità, non le fotografie foss’anche quelle di Frank Capa),

2° sono cattolico (come oboedientia o iscrizione cui ho ritenuto di non rinunciare, così come non rinuncio all’oboedientia freudiana come iscrizione al Libro degli psicoanalisti), perché sono:

a. papista, b. messista (da “messa”), c. dogmatico (i dogmi sono una batteria di proposizioni dotate di senso).

In ciò che ho detto brilla per la sua assenza un termine:
non sono teologo: da quasi due millenni la Teologia (cioè la Teoria – storicamente greca – in una delle sue possibili confezioni storiche) ha preso il posto del pensiero di Cristo.

Quando noi cristiani diciamo “omnes peccavimus”, dovremmo dirlo a partire dal peccato storico detto “Teologia”.

Così come non sono psicologo, se non in quell’identità di psicologia filosofia e diritto che chiamiamo “psicoanalisi” ricapitolata nel Pensiero di natura.

Milano, 11 marzo 2007

 

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