UBI BENE IBI PATRIA, O L’INDIGNAZIONE IMMORALE

Da una Personalità eccellente che non nomino, anni fa ho sentito condannare questo adagio, e con forti toni di indignazione morale.

La frase è attribuita a Erasmo da Rotterdam, e condensa una frase di Cicerone (“patria est ubicumque est bene”).

All’epoca in cui ho sentito la condanna ero in grado di non scandalizzarmi per lo scandalo: quello di uno che non poteva accettare che il concetto di padre (“patria”) fosse non primario, ma logicamente secondario a quello di bene.

Ma se è secondario, allora “padre” non designa una sostanza in sé che implicherebbe astrattamente “il Bene”, il vecchio buon summum bonum, ma inversamente: c’è padre se si produce ciò cui si applica il giudizio “buono”, che significa soddisfazione senza Ideale nemico della soddisfazione.

É su questa via che collego padre e eredità (“Padre” significa aut eredità aut parricidio, ossia delitto già nel “padre”, vedi Karamazov).

Questo pensare logico è già nel bambino, cui può benissimo accadere di chiamare “papà”, senza lapsus, chiunque madre compresa: il bambino, finché è sano, sa rivolgersi a tutti gli sportelli come “paterni”, ossia ubi bene eccetera.

“Bene” significa tutti i possibili sportelli del giudizio “buono”, senza esclusioni reciproche tra sportelli.

Il bambino non è un contemplativo ma un attivo.

É il figlio a dire il padre.

Avete mai notato l’aria di sufficienza, compassione, compatimento fino a volterriana tolleranza pacificamente annoiata con cui i bambini ascoltano certi discorsi degli adulti, per poi astrarsene sovranamente? (come e più che in certe prediche, non solo religiose).

Il detto pone riparo dalle ideologie patriottiche (o matriottiche) che nel secolo scorso hanno fatto più cadaveri di quanti Gengiz Khan potesse immaginare (mi scuso con Gengiz Khan, che non era un sanguinario ma un imperialista, come Alessandro Magno o i Romani).

Pone riparo anche dalla nostalgia, che è un vizio non una virtù (in proposito Freud ha scritto “Lutto e melanconia”).

Capisco, solo per tolleranza senza comprensione, quell’indignazione immorale.

Milano, 9 febbraio 2007

 

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