NON COPIARE!

Da bambino alle scuole elementari – ma non dovrebbero esserci scuole “superiori” bensì scuole sempre più… elementari: è cattiva l’imposizione della distinzione tra semplice e complesso – vigeva l’imperativo “Non copiare!”, e così oggi (non è cambiato nulla).

Già allora ne ero critico, anche se la mia critica non era ancora consolidata, cioè dovevo ancora passare dal principio di piacere al principio di realtà, ossia al sapere che avevo già… Ragione.

Ne ero critico pur non avendo bisogno di copiare dal compagno di banco, ma solo perché, provenendo da una famiglia colta, non ne avevo bisogno semplicemente perché partivo dall’avere già copiato.

Se fossi un insegnante insegnerei il copiare (non “a” copiare), e boccerei quelli che copiano male, o non copiano affatto.

La nostra patologia comincia dal non copiare più, dal non prendere più, dal narcisismo dell’abbandonare il realismo iniziale del modus recipientis, o del principio di arricchimento.

La storica “Psicologia della percezione” malgrado i suoi onesti meriti è stata pidocchiosa, perché si è ben guardata dall’esplorare e dall’insegnare in solido il duplice significato della parola “percepire” (questa scissione è plurimillenaria, e informa di sé l’“educazione”).

La psicoanalisi è una psicologia della percezione non pidocchiosa.

L’uomo sano è quello che nel percepire (sensoriale) percepisce: la mancanza del duplice significato significa invidia.

Un esempio “alto” con virgolette: Van Gogh ha cominciato copiando, sapendo che bisognava saperlo fare, e senza fatica né didattica nell’apprendere a saperlo fare (sto segnalando la parola ap-prendimento: il vandalo non vede perché apprendere se non prende senza per questo essere ladro).

Si tratta di riunire conoscenza e prendimento.

Diventato il “grande” Van Gogh, non ha neppure rischiato di peccare di superbia.

É il superbo quello che non copia, e non progredisce: il narcisista è cretino (o “demente”, Kraepelin) perché non copia più.

“Grande” va sempre posto tra virgolette: è il predicato dell’ignoranza, non quella di ciò che viene predicato ma del predicante.

Quando ho bisogno di idee ricomincio a copiare (il primo della serie resta Freud, copiante che copio), ossia ad alimentarmi del frutto del lavoro di un altro.

Oltretutto, così non cado nella tentazione di avere un punto di vista, una Weltanschauung (Freud ha scritto di non averne): i punti di vista sono in-vidiosi, e intolleranti.

Quando leggo, anzitutto un romanzo, copio attivamente, come in tutte le copiature.

Come analista raccomando di notare, annotare, prendere nota, copiare (sogno, lapsus, eccetera), cioè dal proprio stesso pensiero né più né meno che se fosse il pensiero di un altro: ecco tutto.

L’analista stesso copia dal suo paziente, che poi invita a ricopiare.

Copiare, annotare, non è speculare, verbo maledetto.

Milano, 5 febbraio 2007

 

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