IL BUTROQUE E LA PECHERONZA: NOI E IL LINGUAGGIO

Nessuna scoperta è più importante di quella di essere cretini, o meglio di esservi stati corrotti per dolo altrui:
“intelligenza” è solo quella che fa seguito a questa scoperta, ossia si parte dalla ricostruzione.

Ma un passo alla volta.

Ho scoperto che nell’infanzia ero un lacaniano inconsapevole, perché?: proprio grazie al butroque e alla pecheronza.

Che significato hanno?: ma appunto non ne hanno, e io mi pendolavo in mente queste due parole, anzi neanche parole ma suoni ossia significanti senza significato: lo sapevo e dunque ero lacaniano perché avevo già un sapere sulla divisione o sbarramento tra significante e significato (in de Saussure si tratta solo di distinzione).

Non ne soffrivo effetti patologici perché non me ne importava nulla, ossia non c’era stato da parte mia né investimento né controinvestimento.

Inoltre, dato che del Butroque non mi importava, potevo benissimo vivere con una incrollabile fede in esso, come in Gesù bambino o Babbo natale (nella mia biografia il secondo mi è stato risparmiato).

Conosco moltissime fedi fatue in qualche Butroque.

I due modesti arcani mi si sono presto svelati:
il primo derivava dal canto liturgico “Tantum ergo” nel punto in cui ci si rivolge alla terza Persona come “procedenti ab utroque” (cioè procede dalle due precedenti), diventato per me, come per quasi tutti, “a Butroque”, con la maiuscola ossia come ente superiore;
il secondo aveva una fonte meno eccelsa, rammento vagamente che qualcuno aveva fatto un volo pindarico, non referenziale, con l’espressione “l’ape che ronza”: più cretino di cosi!, ma questo “cretino” può condurre alla gravità estrema.

Non è vero che viviamo in “Alice nel paese delle meraviglie” (L. Carroll sbagliava), bensì in un mondo di Pecheronze e di Butroque patogeni e specialmente sadici.

É questo il rapporto che abbiamo con la lingua, che, come ripeto da anni, esiste anzitutto a livello di frase, non atomico.

Pensiamo anche solo alla frase tanto “concreta”, “Parla come mangi!”: non sappiamo che cosa diciamo, perché la gente mangia male proprio come parla male, e non per penuria materiale o educativa.

Caso estremo, sarebbe assurdo dirla all’anoressico, perché sarebbe invitarlo al mutismo cioè a raddoppiare la patologia, semmai gli dirò: tu mangi esattamente come parli, anche se fai l’intellettuale.

Termino con un altro esempio di significante che distorce, fino al ridicolo, il significato.

Un certo dramma teatrale novecentesco, molto raccomandato un tempo per l’edificazione spirituale della gioventù, recava la frase enfatica:“la bella straniera che ti dà il suo corpo senza dire il suo nome”,e da giovinetti edificati credevamo di intuire arcani significati dietro l’allusione erotica.

Ma per nulla, rileggete la frase e vi riconoscerete facilmente una definizione tanto rigorosa quanto popolare ossia da lingua comune: chi è “la bella straniera eccetera”?

Risposta ovvia: è una prostituta d’oltremare o dell’Est europeo, o romagnola come quella del “Carlo Martello” di Fabrizio De André.

Milano, 13 febbraio 2007

 

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