IL BAMBINO E LA MORTE (BIS). E I GRECI

Seguito dell’articolo “Il bambino e la morte” (martedì 20 febbraio).

L’“eternità” come risposta – non richiesta – alla morte, è un’antica truffa (greca): si è fatta avanti come offerta anticipando la domanda (cattiva economia perché, in questo caso, non verificabile).

Per gli adol-essenti Greci il bambino non esisteva, e ciò fin quasi a ieri (a lungo abbiamo dovuto attendere Freud, prima del quale il bambino non esisteva).

La doppia concezione greca dell’eternità, trasmessa incessantemente fino a oggi, è solo un travestimento teorico dei due modi “eterni” dell’angoscia, che sono di plurimillenaria e comune esperienza (ma la gente comune, e ugualmente i filosofi, non riconoscono il travestimento):

1° quello nevrotico, continuo, con incrementi e decrementi, tumescenze e detumescenze: eternità della rimozione (domani-domani-domani…);

2° e quello perverso, pietrificato (l’espressione “angoisse pétrifiée” è di J. Lacan), solo presente: eternità della perversione.

(I soliti Eraclito e Parmenide, poi Platone, e Aristotele, e via via fino a Hegel, Kant, Heidegger, senza menzionare molti altri).

Tra l’altro ho un ricordo personale del “bello” angoscioso mare greco (ovviamente non faccio discendere l’angoscia dalla natura).

Naturalmente su questa enormità che scrivo dovrei scrivere un libro enorme, ma ad essere sincero non ne ho più voglia: non voglio contribuire anch’io all’eternità, e preferisco questi brevi articoli.

Aggiungo che per fare apologia del “Bello” bisogna essere o un mistificatore o un mistificato: solo un bambino può usare questa parola come aggettivo restando al di sopra di ogni sospetto (potrebbe usarne qualsiasi altra secondo il principio che tutti gli sportelli linguistici sono buoni finché non sono corrotti in predicati dell’essere, che poi corromperanno il bambino).

Dai Greci in poi si crede di parlare di essere, tempo, eternità, ma in verità si parla dell’angoscia, così onnipresente in tutto il pensiero greco: il pensiero greco altro non è che il pensiero deformato in Teoria dell’angoscia e dall’angoscia, ordine non giuridico del linguaggio.

Il potere mondiale, mondano e storico dell’angoscia è tale, che non meraviglia che l’intera storia del cristianesimo ne abbia risentito da capo a fondo – non sapendo venire a capo dell’angoscia cui, pure, Gesù offriva soluzione prêt à porter -, e che in essa tanto affidamento sia stato dato proprio  ai Greci, salvo varianti interne per sembrare critici (Platone o Aristotele) e perfino democratici (Scuola di Atene).

In tanti anni ho conversato, o almeno cercato di farlo, con innumerevoli persone a pedigree filosofico, anche legate da confidenza reciproca, del rapporto tra filosofia greca e angoscia: li prendeva… l’angoscia, palese nell’inibizione del pensiero e della parola, alla sola idea di lasciare lo psicofarmaco grecizzante o ellenista (parlarne male sì, lasciarlo no, come tanti che passano la vita a parlare male dei genitori).

Osservo ancora (ne ho già scritto, come di tutto questo) che Gesù, antiellenista flagrante, aveva offerto altra soluzione.

Si è continuato a presentarlo come un santone imbecille, né intellettuale né razionale né colto né economista né giurista (come in effetti è nei celebri testi).

Gesù – non parlo di fede ma di concetti – “risorgendo” e soprattutto “ascendendo” come uomo, non ha affatto stupidamente realizzato l’“eternità” greca, nell’una o nell’altra variante, ritornando dal tempo umano all’“eterno” divino (“non nominare il nome di Dio invano!”): ha realizzato un profitto proprio, l’uomo come profitto di Dio.

Ho ripetuto cento volte che solo un Dio imbecille sarebbe risorto come uomo se questo non fosse stato un profitto: dunque, a prendere alla lettera la storia evangelica, Gesù non si è sacrificato ma, a parte qualche costo, ci ha guadagnato.

Se c’è “vangelo” cioè buona notizia, è questa: una razionalità impensabile per i Greci.

La pretesa “eternità” è priva di profitto, e di pensiero: è il vero nichilismo.

Dopo secoli di grecismo, il Capitalismo è stato il solo vero progresso filosofico, buttando tutto in profitto (Marx è arrivato qui, non per benedire il Capitalismo ma per segnare il  punto).

Finalmente non c’era più filosofia che come economia, e diritto.

Ma economisti e giuristi non se ne sono accorti: e soprattutto, oggi, non se ne accorgono i comuni individui che noi siamo.

Milano, 22 febbraio 2007

 

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