CHE GIOVA NE LE FATA DAR DI COZZO?

Ora un tocco di trivio pornoliceale, critica non pedante di questo verso dantesco, Inferno IX, 97.

Ancora oggi adoro il mio Liceo, quando andavamo coltamente svillaneggiando o dissacrando non dico tutto, ma tutto ciò che meritava di esserlo, nella buona tradizione dei Carmina Burana.

Mi censuro, tra l’altro, dal dire come finiva Beatrice: me ne trattengo per un residuo del sospettissimo “comune senso del pudore” (per esempio a proposito dell’asserito “pare”, che?, “tanto gentile e onesta”):
in fondo aspiravamo soltanto a esorcizzarla, a farla tornare nell’inferno da cui era uscita.

Nel caso qui menzionato, l’endecasillabo con metrica rispettata diventava:

Che giova nelle fate dar di c…?”

Eravamo bravi!

Bravi non tanto per la colta trivialità, quanto perché non era gratuita: infatti così turpiloquiando rifiutavamo l’idea di “fata” plurale di fatum, destino, che esiste solo come patologia, compulsione (del destino ho scritto in precedenza).

Volendo insistere nel genere, aggiungo che lo sostituivamo con le “fate” che, come spesso si dice delle donne, “lo” rompono sì, ma al destino cioè al compagno compulsivo (anticamente Santippe): ma purtroppo ciò non basta a romperne la rigida e eterna quanto impotente e ridicola dimensione fallica, sono compulsive anche loro (bella famiglia!)

Oltretutto eravamo ortodossi contro un Dante eterodosso nella sua Teologia-Teoria di Dio come “fata”, compulsivo anche lui (“quella voglia / a cui non puote il fin mai esser mozzo”, IX, 94-95), algoritmo inesorabile quanto demente: un Dio malato, o istintivo cioè appunto coatto, che ci vuole malati contrapponendo la “salvezza” alla guarigione (da sbattezzarsi!),
che fa il paio con la geometrica Trinità alla fine del Paradiso, con la figura o “effige” di Cristo in esilio dalla seconda Persona-cerchietto cui ortodossamente dovrebbe essere strettamente identico, facendo saltare la geometria (da sbattezzarsi! bis).

Milano, 7 febbraio 2007

 

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