SUORA O ACROBATA?

Un esempio di analisi, e un esercizio per il lettore.

Non sto facendo lo spiritoso: è l’alternativa ricordata da una mia giovane paziente come un suo pensiero all’età di cinque-sei anni, allorché si domandava che cosa avrebbe fatto da grande.

Parto dalla conclusione: a cinque anni aveva intellettualmente scoperto la distinzione tassonomica tra genere e specie: suora e acrobata erano due specie diverse (e solo apparentemente opposte) di un medesimo genere.

Prima specie, la suora: ci tornerò subito;
seconda specie, l’acrobata, con diverse sottospecie: acrobata, ballerina di danza classica, pattinatrice di pattinaggio artistico, potremmo aggiungere ballerina di tango hard.

Per rapidità, diciamo che le due specie hanno in comune di essere molto… abbottonate, benché con capi di abbigliamento, e mezzi di comportamento, opposti: infatti le sottospecie della seconda specie alludono al sesso in modo vistoso
(vistoso sì, ma solo biologicamente o ufficialmente: infatti la ballerina del tango, magari applauditissimo, potrebbe essere nei peggiori rapporti con il suo ballerino, e perfino potrebbero essere lei lesbica lui gay, ambedue rigorosissimi nel reciproco apartheid).

Il genere è in questo caso l’assenza radicale della differenza dei sessi dal rapporto, un’assenza giocata nella suora dall’inibizione della differenza, nell’acrobata dall’esibizione di essa.

Con altre ma non meno impegnative parole: la mia paziente aveva scoperto nell’infanzia la differenza tra habitus e abito e, nell’ abito, quello della suora e quello della ballerina.

Ma c’è habitus e habitus : in uno, appena rappresentato, la differenza dei sessi è affidata alla mascherata sessuale (inibitoria o esibitoria);
nell’altro… ma vedete un po’ voi, io ne parlo da anni valorizzando la freudiana “castrazione”.

Mi perdonino i colleghi medici: nel primo caso di habitus, il genere è il camice in astratto (purché ci sia un camice); le specie sono due camici scenicamente opposti, per esempio o da suora o da baby doll (conosco molte storie da baby doll finite malissimo).

Il secondo caso di habitus (ma ripeto: vedete un po’ voi), è quello in cui, suora o non suora, la donna con-pone l’habitus, non per -ità (femminil-ità o maschil-ità) ma per differenza.

Nella storia di noi umani, con aggravante religiosa, la differenza  tra diversi habitus, poi tra habitus e abiti (suora o acrobata), decide di due specie di umanità: la patologia è abiti, tipi, è tipologica, e tutta la tipologia è patologia;
solo la varietà, come tale individuale, è normale, normativa non imperativa: è sconfortante osservare che tutta la nostra Cultura, anche giuridica, con l’eccezione di H. Kelsen, continua a confondere la norma con il comando.

Poi si finisce nelle “quote rosa” in Parlamento, suore o acrobate.

Non penso proprio che, se fossi Papa, darei disposizione alle suore di vestire attillatissime calzamaglie, ma non perché queste siano peggio.

Semmai mi preoccuperei del fatto che “prete” (come “suora”) è da secoli una tipologia, abito fino a “clergyman”.

Ricordo un’amica che domandava, indipendentemente dai suoi costumi sessuali (sconosciuti), quale fosse la differenza tra lei e una suora: nessuno dei presenti si provò a rispondere, anzi penso che non  avessero neppure capito la domanda.

Un giorno commenterò il sapiente serial “Chiara di notte” (prostituta) nel fumetto “Skorpio”.

Tra i tipi “suora” e “acrobata” la prostituta sta in mezzo, con profitto commerciale.

Noi non conosciamo i costumi della Regina di Saba, ma sappiamo con assoluta certezza che non era una p…a: semplicemente perché era una regina, e le regine non fanno commercio, almeno di questo… tipo (la prostituzione sta nel commercio non nell’atto: tutti lo sanno, tutti lo rimuovono).

Naturalmente il problema della mia paziente è quello di cambiare habitus, quanto all’abito è già un’esperta.

Milano, 22 gennaio 2007

 

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