IL CLUB DELLO CHAMPAGNE

le “leggi non scritte” di Antigone e l’esigenza originaria

 

Non esistono leggi non scritte (non poste), né esigenze originarie: ma procediamo con ordine.

Nel 1994 fondavo, con altri, l’entità detta “Studium Cartello” ma che mi piaceva chiamare “Club dello champagne”: ecco perché.

La singolarità dello champagne è che il gusto e, in modo contingente ed effimero,  l’esigenza di esso, non precede, non è originaria nel senso di già data: è un avvenimento, come tale una ricchezza.

Anzi è un avvenimento raro: volesse il cielo che l’umanità fosse un Club dello champagne!

Sarebbe l’umanità stessa, il Club dello champagne, ma essa continua come storia, la storia del fallire quanto al riuscirvi: J. Lacan giocava bene con le parole quando accostava shistoriser e shystériser, storicizzarsi e isterizzarsi.

Ed è un avvenimento non naturale: bisogna farcisi, pervenire a nutrirlo e nutrirvisi (non si tratta di educazione o addestramento, né di abitudine).

É un avvenimento anche l’esigenza del vino (e con questo lo champagne ha qualcosa in comune), ma essa si stabilisce in modo continuo, non in modo effimero o libetale (ecco la “libido” come libertà): se ci fosse un eterno, l’effimero del bene ne sarebbe la virtù.

Tra vino (ce ne sono di eccellenti) e champagne c’è lo spumante: ma chi confondesse champagne e spumante meriterebbe un lungo periodo di rieducazione in stile maoista (ma è aldilà da venire una rivoluzione capace di questo genere di violenza: finalmente avremmo la… rivoluzione!)

Di originario nel senso di precedente c’è la facoltà, veramente divina, di realizzare questo avvenimento: il cui tempo non è dunque quello del passato né del futuro, bensì quello del futuro anteriore.

Posto un tale avvenimento, ecco costituita un’esigenza fondamentale.

L’antica, astratta, visionaria e in fondo stupida parola “felicità” non ci illuderebbe più.

A questa parola corrisponde, almeno nella cultura di massa, la metafora del bicchiere colmo, più volgarmente della pancia piena, o del cento di soddisfazione per un contenitore vuoto, magari in edizione spirituale.

La metafora del bicchiere nega la soddisfazione, il satis, perché solo la ricchezza – l’eccesso non di troppo – soddisfa.

L’unica razionalità dell’anoressico è il rifiuto della metafora del bicchiere.

Ma poi si smarrisce, e rifiuta lo champagne ossia di passare a un’esigenza (ma non inventerei la champagne-terapia).

Per anni ho avuto a che fare con l’espressione “esigenza originaria, o fondamentale”, che è della stessa famiglia dell’idea antigonea di preliminari “leggi non scritte”, non positive o poste bensì presupposte, anteriori, ideali e imperative: ne è negata la facoltà, capacitas.

L’umanità si distingue dalla natura proprio per il fatto di non avere affatto esigenze, bensì per questa facoltà infinita, quella di passare all’esigenza come un inedito e come ricchezza.

Quando l’umanità crede di avere esigenze preliminari, pretese magari in abiti di modestia, inizia ad ammalarsi.

Partito dalla critica di Antigone, poi il pensiero di natura ha riconosciuto la facoltà legislativa, o positiva, individuale (due Diritti, il primo dei quali non è l’antico “diritto naturale” astratto e presupposto, in ultima analisi antigoneo).

Nella Civiltà i sessi non sono mai passati a champagne, con la sola alternativa di passare a perversione.

Compromissoriamente sono passati a nevrosi, ossia allo status di Barbera popolare, “concupiscenza”.

Chi l’avrebbe detto che lo champagne è la metafora della moralità?

Non posso dire che tutti i partecipanti dello Studium Cartello, o Club dello champagne, bevano champagne.

Ecco tutto (impliciti a parte).

Milano, 19 gennaio 2007

 

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