AUGURI PER UN ANNO 2007 VERAMENTE NUOVO O SENZ’ANIMA

o senza distinzione anima/pensiero: la divisione dello spirito è tanto più grave se, posta la distinzione, poi se ne cerca una “sintesi” da neve sporca.

“Anima”: sorta di istinto alto, poi vengono quelli bassi. Comunque (anche in Dante e non solo in Platone): “Tutto il potere all’istinto!” come ai Soviet.

Non nasciamo con l’anima: nasciamo con la facoltà di pensiero, che significa, come è stato scritto molti secoli fa, “a immagine e somiglianza di Dio”.

Ci è voluto Freud per ritrovare il pensiero precedentemente mistificato dall’anima.

C. G. Jung ha rilanciato l’anima, non a torto ma senza riconoscervi il male dello spirito, la psicopatologia: lo ha poi fatto lo junghizzante J. Lacan, infatti per guarire bisogna perdere l’a(nima).

Con un tocco di grecità: l’anima è un ύστερον πρότερον (già Freud): qualcuno ce l’ha messa (cioè è secondaria, ύστεςος, come il coniglio nel cappello), facendoci poi credere che era lì dall’inizio e eterna (cioè che è primaria, πρότερος).

L’uomo che ha fatto questa operazione culturale per l’intera umanità è stato Platone, e con successo enorme, incontrastato, senza difesa (ci voleva Freud per cominciare ad approntare una difesa).

Qualche sforzo è stato poi fatto (Aristotele) per dare un ritocco o riforma all’idea, facendone la forma o principio formale del corpo, ma lo scopo nonché il risultato era lo stesso dell’idea iniziale: quello di nascondere che la forma del corpo, la sua forma dinamica cioè la sua legge di moto, è elaborata dal pensiero, non è data bensì posta.

Ciò incessantemente, o se vogliamo eternamente: sono contrario soltanto all’eternità dell’orologio rotto (“eterno” è ambiguo).

Del resto, per concepire l’eternità non ci servono voli spirituali, basta l’osservazione dell’eternità della psicopatologia, che è pensiero (mal)animato anziché (ben)animante, vita natural durante e con trasmissione in saecula saeculorum: risolvibile sì, distruttibile no (è l’illusione del “Signore degli anelli”, che riesce solo a concepire una risibile soluzione fisica).

“Libero arbitrio” è solo un nome del pensiero formatore, o del pensiero integro (non decurtato né deformato, anzitutto dalla  rimozione) elaborante forme, senza causalità (a partire dalla prima frase del mattino, o dall’epiteto che prescelgo per qualificare un atto).

Nella seduta psicoanalitica questa libertà, o la sua mancanza, è al primo posto.

“Anima” è solo un nome della famiglia delle Teorie patogene (Platone è il campione del θεορέιν: non molto scientifico a dire il vero).

Il male è la caduta del pensiero, propiziata dall’ascesa dell’anima.

Ma il pensiero non lo si perde tutto, neppure nella schizofrenia catatonica più immobile, né nell’autismo infantile più precoce.

Ciò che ne resta, in parte si dedica vendicativamente quando non odiosamente ad… animarsi sul modello dell’anima per fare l’inferno: ha così inizio il vandalismo nelle sue molteplici forme, anche colte, a volte abbigliato dell’ideale di bontà, il che chiamiamo “formazione reattiva” (maquillage del sadismo: l’Inferno è lastricato di buone intenzioni, non di buon pensiero cioè pensiero).

Platone oltre che avvelenatore (J. Derrida, “La farmacia di Platone”) è stato commerciante, come l’Uomo Bianco che vendeva ai selvaggi perline e specchietti: i “selvaggi”, cioè noi, non si rendono conto che diventano selvaggi dopo l’acquisto, non lo sono prima (salvo l’ingenuità, che è la porta aperta al greco cavallo di Troia).

Eros, l’amore platonico, lo specchietto, “occhi negli occhi”, il narcisismo: eccoci selvaggi coltivati.

L’anima può solo andare… all’Inferno: il cui concetto è quello del posto giusto per l’anima.

Non è l’anima che va all’Inferno: è l’Inferno che si definisce dall’anima.

Nel mercato letterario del patto col diavolo, questi finge di comprarla a caro prezzo – salvo poi imbrogliare il venditore, ma solo per ingannarlo doppiamente sul suo valore – per lasciar credere che abbia valore.

Ci sono prove che Platone si divertiva (benché perversamente,  vedi “Simposio”), e ciò lo rende un po’ meno diabolico (il Diavolo ha poco-niente da divertirsi): me lo vedo al Purgatorio, non all’Inferno.

Ma il Diavolo, che se ne fa di una pattumiera che non può neppure riciclare?

Rispondo che vuole mettere in difficoltà anche Dio riducendolo al proprio rango: metà anime ognuno, a Dio le anime buone della formazione reattiva.

Semplice e “geniale” il ragionamento del Diavolo: se Dio si portasse un’anima in Cielo sarebbe perduto!

Il Diavolo resta un idiota che ha l’“intelligenza” di mettere a frutto la propria idiozia (come i pidocchi che fanno pidocchi): così va il Mondo.

Logicamente interessante il capitolo evangelico della tentazione nel deserto, in cui Gesù non si fa “fregare” dal Diavolo: infatti il Diavolo propone a Gesù di vendergli l’anima (di prostituirsi), ma Gesù, al solito, gli contrappone il suo pensiero, mostrando non di non volergli “dare” l’anima ma di non averla, e di non voler accedere a tale credenza diabolica.

In fondo Platone è un test d’intelligenza: tenta gli uomini come il Diavolo ha fatto con Gesù (risultato del test: siamo cretini!)

Resta una questione storiografica inedita, riguardante tutti e non i soli cristiani: come abbia potuto accadere che noi cristiani abbiamo venduto il pensiero al diabolico dell’anima, proprio mentre ricevevamo il nostro comune nome da un pensatore il cui pensiero, nonché annullare razionalmente la necessità della religione, non comportava minimamente l’idea di anima (radicalmente non era platonico, e in generale ellenizzante).

Per di più, l’abbiamo fatto senza accorgerci che l’idea di anima è omofila, “amore platonico”, Eros: salvo poi “salvarci” sull’orlo del precipizio escludendo dal Cielo l’incontro sessuale, oscuramente intuendo che, se fosse, sarebbe omosessuale (sull’omosessualità noi cristiani siamo sempre andati zoppi, e si vede).

Il dato secondo me più sbalorditivo dell’era cristiana è, malgrado una intensa continua e spesso fine indagine morale particolarmente riguardo ai vizi capitali, l’assenza di ogni individuazione della perversione, unita alla fretta di consegnare la psicopatologia ai medici a partire dalla nevrosi (conseguenza del “peccato originale”, ho scritto): il primo pensiero di J. Lacan che mi ha conquistato nel 1967 è stato la sua osservazione che Freud aveva fatto rientrare la psicologia nell’ambito della morale.

La questione – l’ho già detta – è: come è possibile che nei secoli noi chrétiens siamo stati tanto crétins.

Conosco persone che scriverebbero un libro di trecento pagine per dire ciò cui io ne ho dedicato due: ecco inventata la psicoterapia breve, ma nessuno ne vuole sapere e la preferisce infinita ossia nulla.

Auguri!: l’uomo che ha domani sia con pensiero – del cui composto l’affetto è parte senza separate emozioni – senz’anima.

Cogito ergo amo.

Poscritto: “L’asino d’oro”

Un poscritto telegrafico.

Ho appena rinfrescato la mia lettura dell’“Asino d’oro” di Apuleio, in cui Lucio per incantesimo o maleficio diventa un asino, poi alla fine ritorna uomo ossia guarisce.

Ossia l’animalità umana è non natura ma patologia.

Non occorre attenersi alla favola della trasformazione fisica, basta pensare a quella psichica, in cui Lucio ossia ognuno di noi è stato ammalato a credere (Teoria) di avere degli istinti – ma Lucio non ci cade pur soffrendone -, ossia di muoversi per leggi naturali, poi distinte in umane e divine (l’istinto umano come finito, quello divino come infinito, insomma la favola infinita).

Brevissimamente. Riguardo alla prostituzione, la “virtù” non consiste nell’astinenza (o almeno moderazione) quanto alla soddisfazione dell’istinto, ma semplicemente nel riconoscere che non ci sono istinti.

Nella summenzionata tentazione nel deserto, il Diavolo si rivolge a Cristo come a una prostituta, con proposta di mercimonio: ma quest’ultimo gli risponde non che non gli darà l’anima, ma che non ha alcuna anima da dargli, insomma che il Diavolo era proprio un idiota.

L’anima è stata proposta come istinto alto: ma quando esaminiamo le perversioni, troviamo che nella loro bassezza esse si propongono come veramente sublimi. Belle! (ancora il “Simposio” di Platone).

Milano, 8 gennaio 2007

 

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