TU MENTI!

Do avvio, con i pochi  cenni iniziali di questo breve articolo, alla costruzione di un’etica anzi una giuridica del (“de”) mentire, cui chi lo vorrà potrà collaborare.

Una mia “paziente” un giorno ha interpretato un certo dettaglio del mio arredamento come motivato da un’intenzione simbolica ad usum patientis.

Premetto che uno psicoanalista cioè freudiano non fa di “queste cose”, e in generale non ha distintivi: il suo studio non è uno studio “da” psicoanalista (lo stesso divano è un arredo tra altri), non parla “da” psicoanalista; ricalcando un noto titolo di R. Musil, è un uomo senza distintivi, e in particolare, se è uomo non agisce “da” uomo e se è donna non agisce “da” donna, nel suo studio  come ovunque (il che dovrebbe essere per tutti gli uomini e tutte le donne, ma ahinoi non è così).

Insomma è connotato dalla povertà (francescana?) quanto a tutti i predicati, al punto che mi sento di definirlo e riconoscerlo proprio per questa povertà (“di spirito” quanto al predicato).

Avendo io corretto la summenzionata interpretazione (cioè che uno psicoanalista cioè freudiano non compie atti simbolici), lei ha immediatamente replicato “Non è vero!”

Commenterò poi, dico per ora che l’ho perdonata, per diagnosi non per bontà: infatti accusare l’analista “Tu menti!” è ucciderlo come analista.

Lo stesso ricorre quando accuso mio figlio o mia figlia di mentire, o la mia compagna o il mio compagno: è un’imputazione grave, che si regge se è veramente un’imputazione, sostenibile solo dopo una paziente e sufficiente inchiesta.

Ora salto pagine e capitoli, la nostra vita.

Per ora ricordo appena che la storia della Logica, con il suo plurimillenario “Dilemma del mentitore”, ha sempre accuratamente e vistosamente (ma nessuno vede mai niente) evitato anzi negato il pensiero della menzogna come dolo, morti e feriti sul terreno.

Noi psicoanalisti ci occupiamo – ma lo abbiamo dimenticato – della menzogna nel discorso, così quotidiano come di tutti i secoli.

Milano, 23 dicembre 2006

 

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