SHABBAT (“SABATO”)

Gli psicoanalisti, in gran parte ebrei, lavorano anche di sabato (se lo credono).

Vengono meno al precetto dello shabbat?, parola che significa: cessare di compiere azioni.

Secondo me no perché il lavoro psicoanalitico, benché retribuito, è un altro lavoro rispetto a quello “socialmente necessario”, così definito da Marx (colloco in questo anche il lavoro del medico).

Ma c’è un altro aspetto della questione, di cui iniziavo a rendermi conto trent’anni fa, in una relazione a un Congresso dell’Ecole Freudienne de Paris di J. Lacan con il titolo: “Le non-agir d’une action de Freud” (in: Lettres de l’Ecole Freudienne, 1976, 19, pp. 208-217).

Lo psicoanalista, ebreo o no, è sabbatico tutti i giorni della settimana e in tutte le sedute.

Ciò lo distingue dall’agire della nostra Civiltà, che conosce due estremi imperativi: “agisci sempre!”, altamente patologico anche se questa diagnosi sfugge (lo spirito è lo stesso del falso detto “tra il dire e il fare sta di mezzo il mare”), e “non agire più!” dello schizofrenico catatonico: sono due estremi che si toccano.

Il non-agire nell’agire di Freud è ciò che lo distingue dall’agire medico anzitutto, oltre che dai due anzidetti.

Non è neppure il medesimo non-agire del silenzio monastico con il suo pregio: è un non-agire di fronte a “dottore faccia qualcosa per me!” con la sua urgenza che sembra medica, di fronte alla quale neanche un monaco medico sa resistere (non ho mai conosciuto un monaco medico capace di resistere all’appello dell’isterico, pecorella fedele o pecorella smarrita).

Non si tratta di omissione di soccorso (ma l’isterico – di cento specie – non mi ha risparmiato la minaccia di farmi causa).

Chissà che non nascano dei monaci capaci di resistere? (Freud lo auspicava: risparmio una citazione che ho già molto usato).

Milano, 6 dicembre 2006

 

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