NATALE

25 dicembre 2006 in  anno 150 post Freud natum

1.     I am dreaming of an islamic Christmas
2.     “Paleocristo” e “Paleouomo” ovvero: quale calendario?
3.     Eremita

I am dreaming of an islamic Christmas

L’Islam è una questione di logica, non di violenza.

Semmai il rapporto logica-violenza, occidentalissimo, resta da esplorare ben prima dell’Islam.

Le responsabilità logiche e poi storiche degli antichi Greci non sono ancora state portate in Tribunale, quello che chiamo Tribunale Freud.

In religione il primato logico è islamico, il Profeta aveva ragione.

Questa conclusione è diventata ormai di massa (fino a non più vendere-comperare presepi): la logica passa per la testa di tutti, non solo né anzitutto dei logici di professione: la Storia è la levatrice della Logica (Hegel se ne intendeva, anche di quella Logica che ne uccide più della spada).

Logica, non anticattolicesimo o anticristianesimo: semplicemente, l’Islam è il Padrone della Religione, e ha Ragione.

In religione il primato è islamico, come ha ben capito per primo Maometto o meglio il Profeta Mohammed, logico della religione e massimo genio religioso: quando si tratti di religione (monoteistica), la più pura logicamente è quella islamica, mentre il cristianesimo è inquinato finché si presenta come religione, il che dura da diciannove secoli.

Il Profeta Mohammed non ha fatto che raccogliere e estremizzare formalmente le conseguenze della flessione religiosa già iniziale del cristianesimo.

É ancora in forza di logica e non di violenza, che il Papa è oggi flagrantemente ostaggio dell’Islam: questo nodo logico è venuto storicamente al pettine, e di questa costatazione converrebbe giovarsi invece di impuntarsi.

Non che il Papa-ostaggio sia una novità storica: era già accaduto più volte, ma ancora solo come ostaggio del potere politico, insomma un’abitudine nota benché spiacevole.

Ma non era ancora successo che un Papa fosse ostaggio del potere religioso: lo considero un progresso, a saperne approfittare.

Religione, il cristianesimo non lo era fin dal principio grazie a Cristo (vedi poi, nonché tanti miei scritti).

Noi cristiani siamo degli islamizzati inconsapevoli da almeno un millennio: penso a Anselmo d’Aosta – santificato!? – che ha dedotto l’intero cristianesimo dal predicato della grandezza, cioè dal postulato del Corano (“Dio è grande”).

Cose da non… credersi!

In linea logica, nulla impedisce che l’Islam promulghi feste religiose dedicate a Cristo, alla Madonna, ad Abramo, a Mosè, tutte figure ufficialmente riconosciute e rispettate dal Corano: dunque anche un Natale islamico.

Non escludo neppure che potrebbe fare una festa del Papa come capo di una filiale islamica.

“Paleocristo!” e “Paleouomo” ovvero: quale calendario?

Jodorowsky nei suoi mirabili comics  ha inventato la giaculatoria: “Paleocristo!”

Non mi importa se essa possa venire presa per una bestemmia: e in ogni caso non conosco chi non la pronunci almeno implicitamente, anche dal pulpito e naturalmente a Natale.

Anche per i cristiani Cristo è un Paleocristo.

La associo a una battuta presa da un film di Sergio Leone: all’affermazione dello sfidato di essere lì non per interesse (soldi, potere, donna) ma puramente come uomo, da uomo, lo sfidante replica: “Razza vecchia!”, che significa “Paleouomo”.

Ambedue alludono alla questione storiografica che più ci riguarda nelle nostre vite personali, aldiqua e aldilà del mestiere di storico, quella del nostro calendario di riferimento.

Infatti se qualcosa è “paleo”, allora cambia il calendario, perché il vecchio può solo prendere posto in un “neo”, foss’anche il nuovo peggio del vecchio.

Sappiamo che c’è il calendario cristiano, ebraico, islamico, e che c’è anche il calendario marxiano che prende come termine di riferimento la nascita del capitalismo moderno a partire dall’abolizione giuridica della servitù della gleba, e  che ci sono altri calendari ancora.

La migliore delle risposte a “Quale calendario?” mi viene da Freud, libero lui quanto me da ogni obbedienza religiosa, politica, o di scuola storiografica.

Freud è stato il propositore o latore di correzioni di più errori, da lui chiamati “illusioni” (questa volta, come si vede, non prendo le cose immediatamente dal lato della psicopatologia, anche se questa con l’illusione ha rapporti stretti).

Ne menziono tre (trascurando qui una quarta but not least, riguardante le istituzioni della civiltà, per prima il diritto):

1° l’illusione erotica o errore riguardante l’amore, quella che ha il nome “innamoramento”: in questo l’amore fallisce,

2° l’illusione biologica o errore riguardante i sessi, quella che ha il nome “istinto”: in questo – intendo la credenza o teoria che la vita dei sessi sia mossa da un istinto, sempre confuso con la vecchia “concupiscenza” evangelica – i sessi falliscono,

3° l’illusione logica o errore riguardante il pensiero, che ha il nome “religione”: di quale fallimento si tratta?

Nella religione – e qui occorre la massima attenzione – fallisce proprio ciò che di una religione dovrebbe essere la vita cioè il successo, ossia la fede: semplicemente perché questa non vi è possibile (ne ho già scritto, recentemente e reperibilmente: ora abbrevio all’estremo).

Essa non vi è possibile perché ne manca la condizione: che è il giudizio di affidabilità della fonte di un’asserzione non personalmente né immediatamente verificabile.

In mancanza di questa condizione c’è impasse interna alla religione.

Ritengo, restando disponibile alla confutazione, che è stato l’ebraismo ad elaborare meglio di ogni altro l’impasse.

Con parole diverse, ciò era stato detto fin dai primi vagiti nel calendario cristiano: mi riferisco al celeberrimo “credo quia absurdum” tradizionalmente attribuito a Tertulliano, che dichiara il credo come fallimento, absurdum.

Poi si è cercato di porre riparo, molto debolmente, al detto.

Ebbene, con le sue tre (e più) correzioni di errori da illusione cioè fallimenti, Freud riportava in vigore (logicamente e niente più) le tre medesima correzioni già proposte diciannove secoli prima, e precisamente da Cristo (della cui storicità qui non mi occupo, un’altra volta magari).

Infatti, avendo sottomano quei quattro timidi librettini che chiamiamo “Vangeli”, vediamo che il suddetto “Cristo” ha:

1° non proposto acriticamente l’“amore” – idea pretesca per cui stracciarsi le vesti -, bensì proposto la correzione di un errore plurimillenario detto “amore” come innamoramento, per mezzo di un suo pensiero dell’amore secondo un costrutto logicamente mirabile (parabola dei talenti eccetera),

2° non proposto l’istinto sessuale salvo poi condannarlo moralmente come “concupiscenza” – se la sullodata concupiscenza fosse istintiva, condannarla sarebbe un’iniquità, e allora faremmo meglio a mandarlo al diavolo -, bensì proposto che uomo e donna si possono con-sociare secondo un patto di partnership, civile non naturale, che istituisce “una sola carne” (gli “eunuchi per il regno dei cieli” vanno in questo senso),

3° non proposto la religione, e neppure una nuova e magari “rivoluzionaria” religione, bensì la fine della religione: sostituendola con il pensiero, il suo.

É il pensiero – adeguato, competente, “capax Dei” recita l’ortodosia – a finirla con la religione: è ciò che Cristo ha fatto, meritandosi la pena capitale proprio per questo.

Il pensiero di Cristo è – vero o falso – un pensiero:
a. non contraddittorio o “consistente”, b. in-nocente ossia che non produce danno, anzitutto che non inganna: la somma di queste due proprietà (proprietà non predicati) realizza l’anzidetta condizione del giudizio di affidabilità della fonte.

Il pensiero di Cristo è laico, con religioso: e in questo è veramente moderno.

É un pensiero radicalmente non ellenistico (come non lo è quello di Freud nella sua metafisica-metapsicologia): in “L’albero si giudica dai frutti” Cristo si dissocia da Parmenide per il quale l’albero si giudica dall’albero, dall’“ente”.

Cristo, e tanti secoli dopo Freud, ha preso congedo dall’ontologia.

Ma poi noi cristiani abbiamo svenduto l’anima a Parmenide e Platone dopo averla comprata da loro a caro prezzo: diventa importante la domanda corrente “Ma dove avevamo la testa?”

Gli abbiamo (s)venduto l’anima prendendoli come ragione compatibile con la religione: ripeto “Dove avevamo la testa?”

Non si tratta di avere fede in Cristo per mezzo della ragione, bensì di riconoscere che lui aveva… ragione: salvo dargli torto, ma anche questo è un caso della ragione.

Lo psicoanalista che sono sa che è il pensiero ciò che viene rimosso: ebbene, una storia del cristianesimo sarebbe una storia della nevrosi il cui rimosso è il pensiero di Cristo.

Mi fido (giudizio di affidabilità) di uno che si è sottomesso alla casistica del torto: chi abbia anche solo leggiucchiato i Vangeli vi ha trovato uno che disputa in permanenza, e con vigore logico (e giuridico, e economico).

Come si dice, con uno così andrei anche all’inferno: ma se all’inferno, perché non anche…?

Per la ragione detta e solo per questa, alla domanda di partenza “Quale calendario?”, rispondo: il calendario cristiano, come già faceva Freud (prego il lettore di non occuparsi dei miei “sentimenti religiosi”).

Eremita

 

La mia vita è consistita nel non lasciar cadere un solo capello del primo e  del secondo pensiero, Freud e Cristo, e penso che i risultati mi premino.

Mi considero un esperimento abbastanza riuscito, e ciò mi compensa delle traversie subite nell’uno e nell’altro contesto (detesto fare il martire).

Per questa via mi sono ri-trovato al punto di partenza dei secoli, in un regresso progressivo o un bis – Freud diceva che “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi” – in cui devo riconoscere che è difficile trovare compagnia, ed è facile perdere quella precedente (sono un esperto della materia).

Non mi meraviglia dunque che due anni fa, in vacanza sulla Maiella con i suoi eremi, la figura dell’eremita abbia attratto spontaneamente la mia attenzione, anche connettendola con la solitudine freudiana.

Naturalmente preferisco l’eremitismo di lusso.

In poche righe ho scritto una sintesi della mia vita, un testamento (“a babbo vivo”).

Milano, 24 dicembre 2006

 

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